A PAVIA

PAVIA Dopo Federico Varese con il suo "Mafie in movimento" e "Serap Aksoy in Women in Science: a multicultural perspective", il Collegio Nuovo – Fondazione Sandra e Enea Mattei propone questa sera, alle 21.15, un incontro con Paola Soriga, al suo esordio letterario con il romanzo "Dove finisce Roma" (Einaudi Stile Libero, 2012), sul tema "Resistenza ed emancipazione". A discutere con lei di letteratura e storia, saranno Anna Modena e Giovanni Vigo, docenti dell'Università di Pavia. Piaciuto «tanto, ma tanto» a Miriam Mafai e firmato da questa scrittrice – cagliaritana di nascita, pavese d'adozione e romana per vocazione e definita da Valeria Parrella «giovane all'anagrafe, ma dalla scrittura solidissima», "Dove finisce Roma" è una storia sulla Resistenza e di resistenza, ambientata nella primavera del 1944, durante l'occupazione nazista di Roma. Ida è una staffetta partigiana di diciassette anni, che si è rifugiata nelle viscere della terra ("nel freddo e nel buio di una grotta in una cava sotto un pratone a Centocelle") per sfuggire alla caccia dei torturatori di via Tasso, dopo aver seminato i fascisti che la inseguono per le strade di Roma. E' il 30 maggio e mancano cinque giorni all'arrivo delle truppe americane e alla fuga dei tedeschi, e in questo breve lasso di tempo, dal 30 maggio al 4 giugno, si svolge l'azione, con continui flashback, che completano il racconto dell'adolescenza di Ida, arrivata dodicenne a Roma, nel 1938, per fuggire dal suo piccolo e opprimente paese del Campidano, in cerca di cambiamento. Tutto cambia davvero, quando, nel settembre del 1939, scoppia la guerra e l'orrore s'insinua nella vita di Ida, fino alla liberazione americana. Non del finale del libro (da scoprire) ma del suo esordio letterario, abbiamo chiesto a Paola Soriga di raccontarci qualcosa. Perché parlare di Resistenza? « E' una parte della storia ancora molto importante, fatta da persone che man mano stanno scomparendo ed è importante conservare la memoria del loro vissuto. Ci sono aspetti di quel momento che non sono ancora stati risolti e quindi è bene continuare a parlarne. Le nuove generazioni devono continuare a sapere». La Resistenza è stata anche emancipazione femminile? «Assolutamente sì. Per la prima volta le donne sono state riconosciute come parte attiva: si sono trovate nella condizione di dover decidere da che parte stare e cosa fare, anche nella "battaglia sul campo", non solo come angeli del focolare. La guerra, paradossalmente, ha emancipato tante donne». Alle origini di Ida c'è anche la figura della poetessa Antonia Pozzi: che donna fu? «Antonia Pozzi è una sorta di sottosuolo del personaggio di Ida, anche dove non c'è un chiaro riferimento a lei. E' sempre stata presente nella mia testa, durante la stesura, a volte inconsciamente. Feci la tesi di laurea (all'università di Pavia, ndr) su di lei, ne ho letto poesie, diari e lettere. Fu tra le prime donne a legare la sua identità al sapere e alla scrittura, in anni in cui il massimo che ci si aspettava da una donna era decenza, omologazione e un bel sorriso. A scuola si innamorò del suo professore, di un amore ideale, pulito, che però fu rovinato dall'ignoranza, portandola al suicidio. Ida somiglia molto ad Antonia adolescente, ma volevo che il suo destino prendesse un'altra strada» . Il titolo, "Dove finisce Roma", da dove arriva? «E' precedente alla scrittura del romanzo, era il verso di una poesia che stavo scrivendo. Poi, siccome mi piaceva e mi sembrava evocativo di quello di cui parlavo nel romanzo, le borgate romane degli anni '30 nate durante la Resistenza, è diventato titolo. Marta Pizzocaro