Famiglia in fuga dal sisma «Qui ci sentiamo sicuri»

di Maria Fiore wBELGIOIOSO Emma gioca a rincorrere i genitori nei corridoio dell'ospedale San Matteo, con la spensieratezza dei suoi 4 anni. Nello sguardo ha ancora lo spavento di quella notte. Un ricordo che assomiglia a un brutto sogno. Il suo lettino scosso dal terremoto, i giocattoli che cadevano dagli scaffali dell'armadio, le braccia della madre che la prendevano di peso, per portarla via da quell'inferno. Una fuga lunga duecento chilometri, da Mirandola, nella provincia modenese devastata dal sisma, fino a Belgioioso. Lontano dalle scosse e dalla devastazione. «Abbiamo deciso di chiedere ospitalità a parenti – racconta Mauro Mingotti, papà di Emma –. L'alternativa era dormire in auto, oppure nelle tende allestite dalla Protezione civile, ma la bambina era troppo spaventata. Abbiamo preferito portarla via, anche perché le scosse proseguono ancora. Stiamo cercando di aiutare nostra figlia a dimenticare. Le abbiamo detto che andavamo a trovare lo zio. Una specie di vacanza. Ora cerchiamo di non parlare di quello che è successo, per non turbarla». Ma il ricordo riaffiora, come un'ossessione. «Mi sembra di sentire ancora il rumore del televisore che cade e si fracassa sul pavimento – racconta Marta Capucci, la mamma di Emma, che ieri era al San Matteo per fare una visita che era stata prenotata all'ospedale di Mirandola, dichiarato inagibile dopo il sisma –. Ovviamente eravamo tutti a letto quando il terremoto ci ha sorpreso. Alla prima scossa, quella delle 4, ci siamo precipitati in camera di nostra figlia, camminando sulle suppellettili rotte e scavalcando i mobili che si erano ribaltati. Un mobiletto è caduto in bagno proprio sul rubinetto, che ha cominciato a spruzzare acqua da tutte le parti. Abbiamo cercato di tamponare la perdita, poi siamo usciti di corsa. Alle 5,30 è arrivata la seconda scossa, mentre cercavamo di raggiungere i nostri genitori. E intanto la Protezione civile ci diceva di non entrare in casa. Oggi come stiamo? Qui in provincia di Pavia ci sentiamo più tranquilli, ma dimenticare è impossibile. Si fa fatica a dormire, si sobbalza a ogni rombo di aereo». «Alle 11 del mattino ho provato a entrare in casa, per prendere qualche vestito per Emma e per noi – aggiunge il marito –. Non ho fatto in tempo a mettere la chiave nella toppa che già tremava di nuovo tutto. Le scosse erano continue. Così domenica stessa abbiamo preso la decisione di andare via». Ma non è solo quello che è successo, ad angosciare. E' anche il pensiero del futuro che preoccupa. La famiglia ha perso la casa «finita di pagare lo scorso anno», ma Mauro Mingotti a causa del terremoto è anche rimasto senza occupazione. «A Mirandola lavoro per una multinazionale, ma lo stabilimento è crollato – racconta l'uomo –. Sono stato subito messo in cassa integrazione». Anche Marta Capucci, che lavora come impiegata in una concessionaria automobilistica, resta in attesa. Ad aspettare che si possa tornare alla normalità, «alla vita che avevamo, e che il terremoto ha messo in discussione». La famiglia resterà in provincia di Pavia ancora per diversi giorni, almeno fino a che l'emergenza non sarà rientrata. «Di cosa abbiamo bisogno ora? Abbiamo nostra figlia, siamo vivi – dice Mauro Mingotti, stemperando la preoccupazione –. Ci serve solo un po' di speranza, perché tutto possa tornare come prima». su Twitter @mariafiore3