Calciatori, colleghi amici e nemici raccontano il "paròn"

La scrittrice Melania Mazzucco, venerdì alle ore 21, nel salone San Pio del collegio Ghislieri di Pavia, dialogherà con Giorgio Scianna sul suo ultimo libro, da poco uscito da Einaudi, Limbo. Il libro narra la storia di Manuela Paris che entra nell'esercito, corpo degli alpini. Partecipa alla missione militare italiana in Afghanistan e si fa amici tra i commilitoni ed estimatori fra i superiori. Ma tre giorni prima di tornare in Italia finisce in un attentato, che uccide tre dei suoi commilitoni (e più cari amici). Lei sopravvive, ma gravemente ferita e menomata. In attesa di sapere quale sarà la sua sorte militare, ritorna dopo vari anni a casa, a Ladispoli, sulla costa laziale. Limbo racconta la storia di Manuela, delle sue rabbie, dei suoi desideri spezzati e della famiglia Paris, dagli anni 30 del secolo scorso agli inizi del terzo Millennio. PAVIA «Istintivo, espansivo, corpulento, straripante, sopra le righe, vitale, ruvido e generoso»: con queste parole Gabriele Moroni, scrittore, giornalista e inviato del quotidiano Il Giorno riassume la personalità di uno degli dei dell'olimpo calcistico italiano, Nereo Rocco, indimenticato allenatore del Milan a cavallo tra anni sessanta e settanta. Per celebrarlo esce, a cento anni di distanza dalla nascita, Il paròn (Mursia, p. 150, 13 €), ritratto inedito del grande mister attraverso le voci di colleghi, amici e nemici che con lui hanno lavorato, lottato e litigato gomito a gomito. Era davvero come lo dipingevano? «A Nereo Rocco sono stati fatti molti torti, primo fra tutti quello di fermarsi all'apparenza del personaggio, che era così come lo si vedeva, schietto e genuino. Però lo si è dipinto come sorta di rustego goldoniano, gli sono state applicate scomode etichette, anche calcistiche, a partire dal tanto vituperato catenaccio del suo Padova, in realtà un vero e proprio miracolo sportivo. È facile cadere in quell'iconografia, ma era senz'altro uomo di grande umanità, uno psicologo, conoscitore di uomini, e grande tecnico sportivo. Il suo Milan è arrivato a giocare anche con 3, 4 punte, altro che catenaccio; fu in grado di recuperare e rivitalizzare giocatori che ormai tutti consideravano quasi al disarmo, come Cudicini, fu in grado di comprendere e valorizzare un talento unico come quello di Gianni Rivera. Un personaggio senza dubbio più complesso di quanto lo si è raccontato, capace anche di tormenti interiori che la storia ha fatto passare in secondo piano». Perché paròn? «La definizione è quasi commerciale e spiega molto dell'indole del personaggio: era proprietario della macelleria di famiglia e si sentiva anche quello, un bottegaio. Disdegnava il nome di mister. Veniva da una famiglia di origine austriaca, teneva a quelle sue origini austroungariche non tanto per nostalgia politica, lo interpretava come un'eredità di rettezza morale. Al massimo del suo successo, dopo la Coppa dei campioni vinta nel ‘63 a Wembley contro il Benfica di Eusebio, lascia la vetta per andare al Torino, squadra decisamente inferiore: aveva dato la sua parola e non sarebbe mai tornato indietro». Quanto è lontano il «catenaccio» dal calcio di oggi? « Al di la di apparenza Rocco era un allenatore che lavorava sull'uomo prima che sul calciatore, sulla persona, capiva i problemi e le esigenze. Non so come si sarebbe trovato nel calcio moderno, così disumano. Dalle persone che ho intervistato ho ricevuto pareri diversi, di una cosa però sono certo: sarebbe stato grande comunque». Lei chi preferisce, Herrera o Rocco? «Furono i due più grandi, nella loro antitetica diversità, dopo nessuno fu alla stessa altezza. Due visioni del calcio e del rapporto con giocatori, sicuramente, ma c'era grande rispetto reciproco. Toni e rivalità erano accesi anche allora, ma il calcio era fatto da uomini veri. Sono milanista nato in una famiglia interista, la mia preferenza è scontata: ricordo ancora due fuggevoli incontri con il paròn. È stato facile per me dedicarmi a questo libro, che nasce dalla mia passione personali; Rocco è parte della mia geografia umana, culturale, sportiva e sentimentale, per mettermi a scrivere è stato sufficiente aprire l'album dei ricordi». Raffaele Guazzone