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PAVIA Il Collegio Nuovo – Fondazione Sandra e Enea Mattei (via Abbiategrasso, 404) propone per questa sera alle 21.15 un incontro sul tema "La mafia non è liquida" condotto dal professor Sergio Seminara, ordinario di Diritto penale e Diritto penale commerciale dell'Università di Pavia. Ospite d'eccezione sarà Federico Varese, professore dell'Università di Oxford (Linacre College) e autore di "Mafie in movimento. Come il crimine organizzato conquista nuovi territori" (Passaggi Einaudi, 2011), un'indagine sul fenomeno delle mafie - dalla mafia russa a Roma e a Budapest alla 'ndrangheta in Piemonte, fino alle nuove triadi in Cina – attraverso i racconti di successi e insuccessi nell'era della globalizzazione. A Federico Varese - che Roberto Saviano ha definito "un vero e proprio esploratore del mondo delle mafie, che da Oxford osserva le dinamiche mafiose del nostro paese e del mondo, con una urgenza più evidente rispetto a tanti altri atenei" - abbiamo chiesto di spiegarci la sua teoria. Professor Varese, cosa significa "la mafia non è liquida"? «Significa che nel mondo globale le mafie sono sempre più in movimento, come dice il titolo del mio libro, ma non sono invincibili e il fenomeno, se si capiscono le cause del suo radicamento nei territori, potrebbe smettere di "sfuggirci tra le dita". Bisogna osservarle da vicino, ricostruire il loro operato, traendo lezioni cruciali dai loro successi e, tanto più, dei loro insuccessi. La domanda centrale del mio studio è proprio questa: per quali ragioni il trapianto della mafia in alcuni casi è riuscito e in altri no?» In questo studio, quanto è importante il metodo "della comparazione"? «Direi che è tutto, è la base per la comprensione di ogni fenomeno. Se ci limitiamo a studiare i casi in cui la mafia ha preso piede non capiremo mai il perché. Se invece esaminiamo anche i casi in cui la mafia non ha trovato terreno fertile, e li mettiamo a confronto su parametri come la situazione economica, il rapporto tra imprese locali e istituzioni, politica "buona" o "cattiva" e così via, potremo trarre conclusioni fondate». Quelli che sembrano "casi unici" si possono ripetere. Quali sono i miti da sfatare? «In passato si pensava che la criminalità organizzata affondasse le sue radici, almeno in Italia, nella "cultura del meridione", e si immaginava che il soggiorno obbligato al nord sarebbe bastato a redimere i mafiosi. Non era vero. In presenza di una combinazione di fattori economici e sociali qualunque zona si è rivelata a rischio. Lo dimostrano il caso della 'ndrangheta a Bardonecchia, nel "civile" Piemonte, dove la mafia, negli anni '70 e '80, ebbe la possibilità di creare dei cartelli di imprese che sfruttavano il boom economico delle seconde case». Quindi la responsabilità è imputabile alla gestione economica nei territori? «Spesso sì. Esistono delle trasformazioni nelle economie locali che non vengono gestite dalle istituzioni locali e nazionali in maniera efficace, lasciando spazio alla mafia per governare questi mercati e per decidere chi ci sta e chi non ci sta. Una volta che un territorio viene minacciato dalla violenza mafiosa, la politica diventa decisiva, al sud come al nord» Dell'attentato alla scuola Morvillo Falcone di Brindisi, che idea si è fatto? «Una delle ipotesi prese considerazione è che l'esplosione sia collegata all'attentato della Sacra Corona Unita di una decina di giorni fa, quando una bomba è stata piazzata nell'auto del presidente dell'Associazione antiracket di Mesagne, in provincia di Brindisi. La ragazza che è morta era di Mesagne e l'ordigno è esploso proprio quando è arrivato il pulmann. Attenzione, però: la matrice non è di stampo mafioso: la mafia colpisce i simboli, magistrati, giornalisti, leader di partito, non ragazzi all'ingresso della scuola». (m.pizz.)