Un nuovo ambulatorio Caritas per gli stranieri

PAVIA Dedicato a Luis Alberto che per paura di essere denunciato ha evitato medici e ospedali. E ha sacrificato i suoi 20 anni per un'appendicite non curata. Il nuovo ambulatorio della Caritas, in via Alboino, porterà il suo nome «perché vuole essere un invito alla responsabilità di ognuno, un luogo in cui nessuno sarà lasciato solo» ha auspicato ieri pomeriggio il vescovo, monsignor Giovanni Giudici, prima della benedizione della nuova struttura messa a disposizione dalla diocesi pavese. C'erano i genitori di Luis, i medici e i volontari che operano a titolo gratuito (e che non bastano mai per far fronte ai bisogni), don Dario Crotti direttore della Caritas, i sacerdoti delle parrocchie cittadine, i responsabili delle istituzioni (Comune, Prefettura, Asl, Lilt e Croce Rossa). L'ambulatorio è nato nel 2007, ospite della struttura Caritas di via Pedotti. E in 4 anni ha accolto 800 pazienti e concesso oltre 2000 visite a stranieri che non possono accedere al sistema sanitario nazionale ma anche a persone ai margini, ospiti del dormitorio dei Servizi Sociali del Comune. Ora il servizio ha una nuova sede, spazi ampi, luminosi. «E' stata una scelta precisa quella di allargare gli spazi vicino alla Casa della Carità che raccoglie altre necessità, altre debolezze: quelle dei familiari dei malati ricoverati nei nostri ospedali – ha spiegato il vescovo –. La nostra idea è anche di creare un Osservatorio permanente che ci dia il polso delle emergenze. Ci sono segnali di grave disagio sociale in questo momento». Poi il dono del vescovo, un'immagine della Madonna, a protezione dei malati e degli operatori. Tanti, anche se la crisi economica sta allontanando gli stranieri che migrano dove sperano sia più facile trovare lavoro. «Se fino al 2009 ogni sera di apertura c'erano 9-10 persone in ambulatorio, ora sono 4-5» spiega un medico volontario. L'ambulatorio apre due giorni a settimana, martedì e giovedì, dalle 18.30 alle 20. La grossa fetta di utenti, nell'ambulatorio Caritas, è formata da immigrati dall'Est Europeo (il 65% secondo una stima dell'osservatorio, coordinato da studenti universitari volontari). Sono soprattutto donne, badanti e colf. Il profilo cambia per l'altra quota del 21% che proviene dal nord Africa: uomini adulti, poche donne. E poi sudamericani e una piccola percentuale di italiani (quelli che sono accolti nel dormitorio del Comune). Il 39% di loro è senza lavoro, qualcuno ha occupazioni saltuarie, spesso in nero. Solo il 6% ha un'attività. «Quest'anno – dice un medico – ci occuperemo anche di prevenzione del tumore al seno con la Lilt». (m.g.p.)