La voglia di una vera svolta politica che pervade l'Europa

Le ultime elezioni amministrative, al di là di come finiranno i ballottaggi, vanno lette insieme a quelle greche e francesi per non correre il rischio di analisi parziali. La vittoria di Hollande non è il trionfo della sinistra ma della protesta (molto trasversale) contro la politica europea sostenuta da Sarkozy e Merkel con l'appoggio anche di Monti. In sostanza la Francia ha detto "stop" alla politica fiscale e di rigore fine a sé stessa. Vuole crescita e una politica diversa, più adeguata alla fase di recessione che stiamo vivendo. In Grecia la domanda emersa è la stessa, anche se si è espressa in modo assai confuso a causa del cattivo sistema elettorale. Impoverire un cittadino greco su cinque è servito a portare i neonazisti in Parlamento e la permanenza della Grecia in Europa è in dubbio. Bel capolavoro! In Italia la questione di fondo è la stessa: c'è voglia di una svolta politica di stile e di contenuti. L'insufficienza del governo Monti nell'affrontare la crisi rende ancora più evidente il vuoto politico e la necessità che questo vuoto venga presto riempito da progetti affidabili e non da esperienze estemporanee. L'astensione e il grillismo non sono antipolitica allo stato puro ma il disperato segnale di chi, incerto per il futuro proprio e dei figli, chiede un progetto politico cui credere e chiede che questo venga interpretato da persone nuove e affidabili. Purtroppo a oggi non si vede il progetto e i leader di sempre sembrano più preoccupati a perpetuare sé stessi più che a mettersi in gioco per orizzonti che potrebbero andare oltre le proprie carriere personali. La Lega travolta da scandali ha perso la "virtù" ma ha anche tradito la scopo sociale per cui è nata, cioè fare il Nord. Il Pdl è completamente frantumato e, penosamente, si cerca di ricostruirlo uguale a prima! Tralascio l'incomprensibile progetto di Casini e l'inconsistenza dei partiti minori. Suggerisco che quando si fa l'appello ai "moderati", bisognerebbe capire chi sono e quale cultura politica dovrebbe accomunarli. A oggi non è dato saperlo. Rimane il Pd, che è il partito più nuovo, ma con la straordinaria capacità di apparire già vecchio. Di sicuro alle ultime elezioni ha tenuto ma non ha volato. L'errore più grande per il Pd sarebbe compiacersi di questo risultato e stare fermo, consolidando una nuova sinistra dai contenuti programmatici ambigui e dai toni che vanno dall'antipolitica (quella vera) alla rincorsa di un socialismo che non c'è più passando per il rigorismo "liberale". Forse dovrebbe partire da una considerazione attuale: senza andare a riesumare Gaber, in Europa è difficile dire oggi che cosa sia destra e che cosa sinistra. Credo, invece, esistano due culture: una individualista, che interpreta l'economia nel senso del "tutto mercato", e una solidale, che declina l'economia in senso sociale. Nel primo caso l'uomo è individuo "passivo" (quasi strumento), nel secondo, è invece "persona", protagonista di una comunità. Io tifo per la seconda cultura. E il Pd? Dall'adesione a una o all'altra delle due culture politiche dipenderanno tutte le altre scelte che i governi dovranno fare. Mi chiedo se il mio partito vorrà fare una scelta chiara di campo per dare voce a una domanda politica per cui mi pare manchi totalmente un'offerta. Se il Pd non mollasse oggi gli ormeggi verso un mare anche sconosciuto per fermarsi in un porto sicuro, avrà fallito il proprio compito storico. Dipende da tutti noi, non rassegnarci, ma riprendere a lottare per un'idea. * senatore del Partito Democratico