«Mio fratello alcolizzato è un incubo da 40 anni»

«Per dodici anni, il tempo in cui sono stata il tutore nominato dal Tribunale ho tentato di tutto. Ma la burocrazia e le evidenti lacune nella rete assistenziale hanno reso difficile qualsiasi tipo di intervento». E' una insegnante ora in pensione uno degli ultimi tutori del 53enne, fratello di Anna. Uno dei tanti che si sono succeduti nel tempo cercando di mettere ordine, o almeno un po' di serenità, nel disagio di questa famiglia. Una delle ultime proposte, avanzate dagli amici ad Anna , è quella di andarsene da casa per preservare almeno la sua salute. «Gli amici mi hanno trovato un monolocale a 450 euro al mese, ma io percepisco una pensione di 745 euro – spiega la donna –. Potrei anche farcela con qualche sacrificio. Ma se succedesse qualcosa nella notte a mio fratello, ad esempio cadere a terra ubriaco come è sempre successo in questi anni, mio padre si troverebbe in difficoltà. Non riesce neppure a usare il telefono. Come posso abbandonare mio papà di 97 anni?». «Questa è una delle tante terribili situazioni difficili da risolvere – conferma l'assessore ai Servizi Sociali del Comune Sandro Assanelli (nella foto) . Più che un problema strettamente sociale mi sembra un problema psichiatrico. E' il tutore, in questi casi, a indicare la strada più opportuna da seguire per il suo assistito. Esistono ancora alcune strutture in grado di accogliere queste persone ma rimane certamente il problema delicato della volontà del paziente adulto. Incontriamo diversi casi analoghi: durante le crisi rendono la vita insopportabile ai familiari ma quando tornano sobri rifiutano le cure, addirittura scappano dalle strutture. E un intervento in questi casi è difficile». di Maria Grazia PIccaluga wPAVIA Anna vive con un padre di 97 anni, affetto da demenza senile, e un fratello alcolista di 53 schiavo del vino da quando era adolescente. Vive da 40 anni prigioniera di un incubo, lacerata tra la necessità di accudire il genitore e la paura delle botte e delle minacce del fratello che sono ormai una costante. La scintilla in questi decenni è scoccata ogni volta per una banalità: i piatti nel lavello da lavare, la pasta scotta, i soldi negati per acquistare l'ennesimo cartone di vino preso dallo scaffale del supermercato. Fino all'ultimo grave episodio, due anni fa. Quando l'uomo ha picchiato brutalmente padre e sorella ed è stato prelevato dalla loro casa in centro storico con un trattamento sanitario obbligatorio. Per due anni è rimasto ricoverato in una struttura psichiatrica di San Colombano. A giorni, però, dovrà lasciarla, potrà tornare a casa, nel bilocale dove la situazione si farà subito esplosiva. E Anna insieme al vecchio padre ripiomberanno nell'incubo. Anna, come è intuibile, è un nome di fantasia. E' una donna fragile, sensibile, che ha consacrato tutta la vita a mettere puntelli per reggere questa famiglia sbilenca, ma pur sempre la sua famiglia. Le spalle curve, le occhiaie che non se ne vanno più, le notti insonni. La lettura e le amiche sono l'unica valvola di decompressione. E sono state proprio le persone incontrate in questo calvario, e che hanno saputo volerle bene, a spingerla a dire basta. Anna ha scritto al prefetto di Pavia. Una lettera disperata in cui chiede aiuto, una sua intercessione presso i servizi sociali e quelli psichiatrici perché suo fratello, già interdetto con sentenza del Tribunale di Pavia, possa essere collocato in una struttura adeguata «in cui riesca a inserirsi serenamente, impegnandosi in qualche piccola attività, lasciandomi solo il carico di mio padre». Chiede un aiuto non tanto materiale quanto psicologico, per «essere alleggerita nelle mie battaglie quotidiane». Un disagio, racconta la donna nella lettera al prefetto, «in cui mi trovo da molto tempo, senza via d'uscita». «Non è un bambino, mio fratello, ma un adulto di 53 anni che nel corso della vita ha amato poco il lavoro, quanto più il bere e il fumare con ricoveri alterni fino all'ultimo di due anni consecutivi» scrive ricordando gli alterchi, le reazioni violente, le crisi epilettiche da cui più volte l'ha salvato. I tutori che si sono succeduti nel tempo si sono prodigati presso i servizi sociali, quelli sanitari. Ottenendo sempre le stesse risposte (e a volte qualche breve risultato): «E' adulto e serve il suo consenso» oppure «non ci sono strutture adeguate». Nel 2001 il tutore dell'epoca era riuscito a fargli ritirare la patente, con cui scorrazzava in sella al suo ciclomotore trasformandosi in un pericolo per sè e per gli altri. Un risultato raggiunto dopo tanti incidenti e pressanti richieste. «Mio papà, che ha passato otto anni tra guerra e campo di concentramento, quando mio fratello due anni fa è stato ricoverato ha detto "E' stato come uscire per la seconda volta dal lager"» racconta Anna. ©RIPRODUZIONE RISERVATA