Il figlio del mito e la Formula 1 che non c'è più
di Marco Amendola «Sì, faceva sognare. La gente sapeva che mio padre faceva sognare». Gli occhi di ghiaccio di Jacques Villeneuve, non più giovane, anzi alla vigilia dei suoi quarant'anni sembrano per un attimo cambiare colore, ma riprendono subito la tonalità originaria. È l'8 maggio scorso, sulla pista di Fiorano vicino a Modena: sono esattamente trent'anni da quel maledetto 8 maggio 1982, alle 13,52, quando Gilles Villeneuve morì in qualifica a Zolder, in Belgio. Per ricordarlo il figlio – campione del mondo con la Williams proprio a dispetto della Ferrari di Michael Schumacher nel 1977 – ha voluto provare la Ferrari 312 T4, il modello con cui suo padre vinse tre gare nel 1979. Gli chiediamo che cosa ne pensi e gli chiediamo un giudizio sul mondiale molto incerto di quest'anno, ma non vuole sbilanciarsi. Sono due mondi diversi, e Jacques lo sa. «Oggi in pista vedo molta scorrettezza. Penso ad esempio a Mark Webber della Red Bull. Sin da quando è arrivato nel Circus». Non si può parlare di un caso particolare? «No. Ci sono anche i due piloti della Sauber , Sergio Perez e Kamui Kobayashi, che si danno delle botte sul dritto. Sono in pochi quelli che frenano rimanendo fermi senza spostarsi per buttare fuori il rivale». Ma questo non è normale nella competizione? «Essere aggressivi è un'altra cosa, e tanti piloti oggi pensano di essere dentro un videogioco». Valentino Rossi dice in twitter che Gilles aveva le palle e per questo piaceva. Lei che ne pensa? «Bisogna capire che mio padre Gilles correva in un'epoca in cui era importante capire dove era il limite, tra i piloti c'era rispetto, cose che ora non ci sono più. A quei tempi uno doveva capire se era in grado di spostare quel limite, ora invece è meno visibile». Che ricorda della sua vita di figlio di Formula 1? «Era una vita normale: mio padre era un pilota e non c'era nient'altro, anche quando era a casa era in giro con i suoi giochini, con l'elicottero, ma li usava come se fosse in gara. Da bambino adoravo mio padre, era grandissimo quando potevo sedermi sulla sua macchina di corsa, un vero sogno!». Adesso che cosa vuole fare? «Il mio futuro forse sarà nella formula Nascar negli Stati Uniti. Vedremo, ma è una serie difficile dove conta molto l'essere americani». Qual è stata la gara migliore di suo padre? «Senza dubbio quella di Jarama perché è difficile guidare per tutta una corsa con quattro piloti attaccati dietro senza fare errori (Jacques Lafitte, John Watson, Carlos Reutemann ed Elio De Angelis, tutti racchiusi in un secondo all'arrivo, ndr). Questa è stata la gara più difficile, mentre quella di Digione è stata incredibile da vedere, ma sono stati soli due giri emozionanti, ma di guida completa è quella in Spagna, davvero impressionante». Che sensazione ha provato nel fare dei giri da ferrarista? «Ho fatto dei veri giri sulla pista per me è stato importante spingere la macchina, non fare un giro semplice. Ho voluto provare com'era la guida in quell'epoca della Formula 1, e come faceva mio padre a rischiare con questa macchina. Dopo pochi giri però ho sentito che questa è una vera e propria monoposto da corsa, e il cambio funziona benissimo». Ma tantissimo è cambiato dagli anni di Gilles a quelli di Jacques. Per non parlare degli attuali. ©RIPRODUZIONE RISERVATA