Ripartiamo dal lavoro Solo così si batte la crisi
Da brutti, sono diventati pessimi. I dati sul lavoro non cessano di peggiorare. All'inizio della crisi, estate 2007, la disoccupazione ufficiale era al 6%. L'ultima rilevazione Istat segna il 9,8% con un tonfo dello 0,2% in rapporto al febbraio 2012 e dell'1,7% rispetto al febbraio 2011. Il quadro si fa ancora più fosco se aggiungiamo i cassaintegrati, coloro che hanno smesso di cercare un'occupazione in quanto scoraggiati, i giovani che né studiano né lavorano. Persone che non rientrano nella statistica ufficiale, altri milioni di vite in sospeso. E neppure si può dire che tutti gli "occupati" godano di una condizione economica accettabile. Anzitutto, rientrano nel novero anche le persone che "nella settimana di riferimento" hanno lavorato per una sola ora. Inoltre, i salari italiani si classificano in fondo alle graduatorie europee. Infine, ciascuno di noi conosce decine di giovani, spesso laureati, con contratti precari da 600-800 euro al mese. Tenuto conto anche della già troppo ampia pagina dei suicidi per motivi economici, siamo alle prese con uno scenario simile a quello della depressione anni '30, sebbene al momento manchi uno Steinbeck europeo che narri di un nuovo "Furore". Dunque occorre reagire, e alla svelta, anche perché, come si legge nei testi di economia, se un sistema si abitua a parametri bassi, nel nostro caso quelli occupazionali, la risalita, poi, è lenta e via via sempre più ardua. Se manca il lavoro, creiamolo. Il New Deal di Roosevelt si avvalse anche di programmi pubblici di creazione diretta di posti, assegnati al comparto delle infrastrutture e dei lavori socialmente utili. Un progetto di questo genere va approfondito e inteso come possibile, oltre che augurabile. Un posto di lavoro decente per un anno costa, diciamo, 25.000 euro; per un milione di casi sono 25 miliardi. E' una cifra notevole, ma non chimerica. A copertura, per esempio, si possono incominciare a usare i 5/6 miliardi di un accordo sui depositi con la Svizzera, da stipulare subito sull'esempio di Gran Bretagna e Germania. Quanto ai contenuti, caro ministro Passera, sono disponibili non ideone, ma buone idee sì: responsabilizzare gli Enti locali, tanto quanto le organizzazioni imprenditoriali, e privilegiare le manutenzioni, la difesa del territorio e, magari, gli insegnanti di sostegno o i "volontari del marketing" del made in Italy all'estero. Con notevole verve didascalica il Governo ripete "crescita, crescita". Ma per uscire dall'accademia e entrare nella percezione comune occorre lavoro: per almeno un milione di persone entro, diciamo, la fine dell'anno. In castigo la casta, via i corrotti, ma passiamo all'offensiva. Il rigore di bilancio, sempre e comunque, sta mandando in rovina mezza Europa. Ora basta!