«Tasse dimezzano ricavi di noi commercianti»
di Fabrizio Guerrini wPAVIA Meno negozi, in provincia di Pavia, meno voglia di aprirli. Troppi, soprattutto, che non ce la fanno. Quasi 800 ogni anno le cessazioni registrate alla Camera di commercio: è il comparto che sta soffrendo di più la crisi. «Eppure – come osserva Aldo Poli, presidente provinciale Ascom – c'è ancora chi trovandosi senza più un reddito fisso, pensa di investire liquidazione e risparmi in un'attività commerciale. Una scelta difficile, che può diventare disperata». Si apre. Si chiude. Il turn over è evidente anche in diverse vie dei centri storici cittadini, Pavia compresa. Ma a cosa va incontro chi vuole aprire, oggi, un'esercizio commerciale, diventando imprenditore autonomo in un periodo di crisi e di fiscalità aggressiva. L'Ascom di Pavia ha tra le mani un esclusivo studio realizzato dalla consorella di Pordenone che analizza l'attuale contesto socio-economico attuale, presentando una simulazione dei costi che deve affrontare oggi il titolare di un negozio. Cifre che fanno riflettere, comunque si consideri il rapporto tra lavoro autonomo e fisco. Lo studio dell'Ascom analizza un caso medio ovvero quello di un pubblico esercizio che abbia un volume medio di affari di 180mila euro, un'attività che registri costi fissi (tra cui le spese per personale e impianti) pari a 155mila euro. Il reddito medio considerato è quindi di 25 mila euro. Su questa cifra, secondo Ascom , si abbatte la tempesta fiscale. Si parte dalle imposte nelle loro varie gradazioni (Irpef a scaglioni, addizionale Irpef comunale e regionale, Irap e Inps). Il carico delle imposte che, nel 2010, ammontava a 11.818 euro è diventato nel 2011 pari a 13.352 euro. Diventerà pari a 13.452 quest'anno e sarà tale anche il prossimo anno. Il reddito di partenza del nostro negozio, sottratte le imposte, si vedrebbe ridotto così a 11.548 euro contro i 13.182 del 2010. «Pertanto – si legge nel dossier – un commerciante guadagna circa 11.700 euro pari a 975 euro al mese. Senza 13esima e 14esima, con il rischio d'impresa, con orario di lavoro sicuramente superiore alle otto ore di un dipendente». E non sarebbe finita qui visto che sul reddito rimasto, sempre secondo Ascom si dovrebbero, comunque, computare il resto dei tributi indotti. Ovvero quelli per il trasporto rifiuti, radio, tv, formazione, Siae, imposte sulle assicurazioni. accise sui carburanti, imposte di bollo su dossier titoli, la tassa al 20 per cento per le rendite finanziarie. Visto da qui, dal rapporto Ascom, un aspirante commerciante ha di che spaventarsi . Alla fine della cura tributaria-fiscale la pressione, infatti, è tale da raggiungere per quest'anno il 53 per cento del ricavo lordo, per passare al 54 per cento il prossimo. Ma c'è un ultimo fattore che il rapporto non dimentica: ovvero l'Imu. Si ipotizza il caso in cui un negozio-tipo venga dato in affitto. La rendita catastale rivalutata del 5 per cento sarebbe pari a 2mila euro, la base imponibile passerebbe dai 68mila euro dell'Ici ai 110mila euro dell'Imu. L'imposta da versare passerebbe da 408 euro con l' Ici agli 836 dell'Imu. Più del doppio. Tutto ciò spinge gli analisti dell'Ascom a trarre le loro conclusioni. «Lo Stato è convinto – dice il rapporto – che aumentando le tasse alle imprese esistenti si può coprire il fabbisogno nazionale, ma non tiene conto che al contrario le farà morire». La morale Ascom è, infine, questa: «Se la gestione delle aziende fosse meno vessata assisteremmo ad una crescita del loro numero e quindi del lavoro».