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di Lorenzo Robustelli wBRUXELLES Il vantaggio di Françoise Hollande e la crisi di governo in Olanda hanno travolto le borse europee e prodotto l'ennesimo lunedì nero nei mercati finanziari. In un solo giorno l'Europa brucia 160 miliardi e Milano è ancora una volta la piazza peggiore lasciando sul terreno il 3,83%. Le due notizie erano ampiamente annunciate, questa «doppietta arancione» (così detta per la singolare coincidenza del nome del francese e del paese in crisi), era attesa: i sondaggi davano il socialista in testa da sempre e già da qualche giorno il governo olandese era in bilico fino a che sabato scorso sono state annunciate le dimissioni, presentate ieri dal premier Mark Rutte alla regina Beatrice. Tutti e due gli eventi sono nel segno della contestazione al rigore e all'austerità imposte da Bruxelles e l'Europa si preoccupa. Considerando poi che la Spagna si è di recente ribellata alle regole volute, in particolare, dalla cancelliera Angela Merkel, che in Grecia tra poco si vota e la protesta contro l'Unione si farà sentire, il severo castello costruito sopra l'economia dei 27 mostra delle crepe che preoccupano i mercati. E così ieri tutte le borse sono crollate. E' tornato a salire anche lo spread tra Btp e Bund partito a 393 e arrivato a 409 punti base, il livello più alto da gennaio. Fra le borse, subito alle spalle di Milano c'è stata Francoforte, che ha perso il 3,36%, e Parigi con un -2,83%. Probabilmente sui mercati ha avuto effetto anche la notizia che la Bei (Banca europea degli investimenti), presieduta dal tedesco Werner Hoyer, ha cominciato da due settimane a imporre una "clausola Dracma" nei contratti con le società greche. Come ha rivelato il quotidiano Ekathimerini, gli accordi prevedono una clausola che mette al sicuro i rimborsi dei prestiti (in euro) dall'eventualità che Atene esca dall'euro e torni alla dracma. Se anche la "banca di casa" dell'Unione non si fida delle assicurazioni dei leader europei sulla permanenza della Grecia nella moneta unica, come possono farlo gli operatori dei mercati? Secondo il quotidiano, tra l'altro, la Bei prevede clausole simili anche per Irlanda e Portogallo. A Bruxelles in realtà qualche preoccupazione c'è dopo il voto francese. Non è solo per le posizioni di Hollande in economia, ma anche per la forte avanzata del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. I ministri degli Esteri dei 27 erano ieri a Lussemburgo, e hanno parlato dei risultati del voto. «Se fossi presidente della Repubblica francese – ha detto il lussemburghese Jean Asselborn, socialista - mi chiederei perché un elettore su cinque ha votato per il Fronte nazionale. Se uno ripete ogni giorno che bisogna cambiare Schengen, che bisogna avere una politica dell'immigrazione dura, che bisogna parlare dell'eccezionalità francese, dice quello che sostiene il Fronte Nazionale». Carl Bildt, svedese, è «preoccupato per l'atteggiamento dell'estrema destra non solo contro una società aperta, ma anche contro un'Europa aperta». Un'estrema destra che ha fatto cadere anche il governo olandese. Mark Rutte, liberale, governava insieme ai democristiani in un esecutivo di minoranza, tenuto in piedi, dall'esterno, dai voti del populista, sciovinista e islamofobo Pvv di Geert Wilders, piazzatosi quarto alle elezioni del 2010. Da tempo questa instabile coalizione mostrava i suoi limiti, in particolare da quando Rutte, da sempre al fianco di Angela Merkel nel chiedere austerità e rigore, ha presentato un piano di risanamento per il suo paese: quasi 16 miliardi di tagli in particolare a pensioni e stato sociale. Un po' come tutti i premier. Wilders, populista, ha detto "no", ma senza proporre altro come invece hanno fatto altri due che contestano il rigore di Bruxelles, il popolare Mariano Rajoy in Spagna e il socialista Hollande in Francia, e il governo è caduto. Si tornerà al voto e difficilmente nel frattempo le misure passeranno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA