I GIUSTIZIERI DELLA POLITICA
di GIANFRANCO PASQUINO «Buttare il bambino» (vale a dire le organizzazioni dei partiti) «con l'acqua sporca» (vale a dire la corruzione politica nella quale alcuni esponenti di quei partiti hanno sguazzato troppo a lungo)? Ecco, aggrediti dall'antipolitica, anche nelle sue versioni più becere, le cui vette sono facilmente raggiunte da Beppe Grillo, ma non sempre condivise da tutti coloro che pure dal Movimento Cinque Stelle sono stati eletti nei consigli comunali e regionali, i partiti si trovano nella crisi di sfiducia e d'impopolarità più grave da quando è nata la Repubblica. Vero è che, nonostante i loro innegabili contributi alla formazione della Repubblica e alla sua crescita, i partiti avevano poi subito esagerato occupando troppi spazi nell'economia e nella società. Partitocrazia è il termine, tutto italiano, con il quale viene designato lo strapotere acquisito dai partiti. Sembrò che Mani Pulite avesse condotto a un salto di qualità, ma, sotto forme diverse, la corruzione politica, ovvero dei politici, è tornata a inquinare i partiti, i loro rappresentanti, le loro attività. Tuttavia, ha ragione il Presidente Napolitano: dei partiti non possiamo fare a meno. Non è concepibile una democrazia senza partiti e, se anche lo fosse, sarebbe di qualità inferiore a una democrazia con i partiti, persino con quelli nient'affatto efficienti e «puliti» come sono i partiti italiani. Tuttavia, questi partiti sembrano fornire quello che è molto più che un pretesto ai predicatori e ai giustizieri dell'anti-politica, in particolare, a Beppe Grillo. Qualche volta, però, va subito aggiunto che alcune dichiarazioni, ad esempio, di Di Pietro, sconfinano nell'anti-politica e alcuni comportamenti, spesso quelli della Lega, sono deliberatamente antipolitici. I rimedi non sono né facili né condivisi, anche perché non è facile lustrare le immagini di partiti che si sono comportati malissimo almeno da un decennio. Probabilmente, il gesto più importante e più qualificante che i partiti dovrebbero fare adesso, subito, è quello di rinunciare ai 100 milioni di euro, ultima tranche del loro finanziamento per quest'anno. Non sono credibili i dirigenti che dicono di non potersi permettere questa rinuncia che indebolirebbe enormemente le loro organizzazioni. Chiedano a tutti i loro parlamentari di devolvere una parte della loro grassa indennità al partito che li ha fatti eleggere. E destinino quei 100 milioni ad attività sociali. Se i cittadini debbono tirare la cinghia, allora anche i partiti è il caso che dimagriscano. La seconda decisione importante da prendere è quella di approvare rapidamente il disegno di legge anti-corruzione (sul quale ieri il ministro Severino ha presentato importanti emendamenti) e che viene ritenuto molto importante dalla Commissione Europea. In un paese corrotto gli investitori stranieri non si avventurano proprio più. In terzo luogo, i partiti dovrebbero impegnarsi a non candidare più i loro esponenti, non soltanto quelli già condannati in primo grado, ma neppure quelli inquisiti, e a consentire ai magistrati di fare fino in fondo e senza ostacoli le loro indagini. Infine, si impegnino i partiti a cambiare la legge sui fondi che lo Stato consegna a loro. L'unica, decisiva e insostituibile funzione pubblica che i partiti svolgono consiste nel presentare candidati alle elezioni e nell'offrire alternative agli elettori. Dunque, c'è bisogno di una legge che disciplini l'erogazione dei rimborsi elettorali in maniera limpida: tanti voti tanti euro. Punto e basta. L'Italia ha bisogno di partiti programmatici, disciplinati, fatte da persone irreprensibili e, attenzione, ce ne sono molte di queste persone un po' in tutti i partiti. Sono i partiti non riformati, famelici e trasformisti che alimentano l'antipolitica. Rischiano di farsi travolgere dall'anti-politica. Peggio per loro, ma il rischio è, per noi, di trovarci alla mercé dei demagoghi ai quali poco importa la qualità della democrazia italiana. ©RIPRODUZIONE RISERVATA