Lo scandalo senza pari dei rimborsi elettorali
Al simpatico trio ABC manca l'abc del senso comune. Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini, i tre segretari della "strana" maggioranza parlamentare su cui poggia il governo di Mario Monti, si sono finalmente accorti che i rimborsi elettorali ai partiti sono uno scandalo senza pari. E hanno deciso di porvi rimedio. Bene, bravi, applausi. Fine delle ruberie, dunque? Macché! Sarebbe bastata infatti una leggina di un solo articolo per stabilire che i finanziamenti pubblici destinati ai partiti non sarebbero stati più erogati né nel corso di quest'anno né in futuro. Avrebbero attuato quel che gli italiani si aspettano venga fatto subito. Senza se e senza ma. Così agendo potevano ambire ad apparire per ciò che non sono: leader capaci di difendere i partiti - non solo i loro, ma tutti i partiti - dal disprezzo che li sta sommergendo; e allo stesso tempo difensori di quella democrazia partecipativa sempre più minata dalla corruzione dilagante nelle assemblee elettive, a partire dal Parlamento. Basta soldi ai partiti: solo così si può ricominciare a provare un pizzico di fiducia. Furono più di 31 milioni (per l'esattezza 31.225.867) gli italiani che nel 1993 con il referendum dissero no al finanziamento pubblico dei partiti. Eravamo in piena Tangentopoli: 19 anni fa come oggi. I tre dell'ABC - anziché fare quel che impone l'abc dell'etica pubblica e del senso dello Stato - si sono impelagati in una legge di revisione dei rimborsi elettorali che definire imbarazzare è dir poco. Intanto sono inciampati nelle procedure parlamentari: Alfano, Bersani e Casini pensavano di accelerare l'iter con un emendamento al decreto fiscale. Inammissibile a norma di regolamento della Camera in seguito al veto posto dalla Lega delle spese pazze e dai dubbi dipietristi, ma anche "sconsigliato" dal capo dello Stato da sempre pronto a vigilare affinché certi decreti non si trasformino in leggi omnibus nelle quali ficcare tutto e il contrario di tutto. Ma questa è solo la parte riguardante una gaffe procedurale.Il punto cruciale sta nel non aver previsto affatto tagli alle somme da erogare ai gruppi politici. Si introducono controlli più o meno severi sui bilanci dei partiti ma non si abolisce il privilegio. Non vengono bloccati neppure i 100 milioni in pagamento per luglio prossimo: saranno "congelati" ma non cancellati. Dice Rosy Bindi che non se ne può fare a meno, i partiti se li sono già impegnati in vista delle elezioni comunali del 6 maggio. Secondo l'incauta presidente del Pd senza quella paccata di milioni sarebbe "a rischio la campagna elettorale". La campagna elettorale? Se non si cancella lo spreco, è a rischio molto di più: il rapporto tra i cittadini e lo Stato democratico. Un sondaggio fresco fresco (Swg in esclusiva per Agorà/Rai3) rileva che il partito del non voto è al primo posto in Italia con il 49,9 per cento. Un elettore su due - per dirla con il ministro Riccardi _ è schifato dalla politica. Un'inchiesta del settimanale "l'Espresso" ha documentato, citando dati della Corte dei Conti, che le forze politiche dal 1994 al 2008 - gli anni della Seconda Repubblica - hanno incassato dalla Stato contributi superiori ai 2,5 miliardi di euro. Mentre ne hanno speso poco più di un quinto (579 milioni). Il resto del tesoro dove è finito? Degli affari spericolati di Luigi Lusi e di Francesco Belsito incominciano a saperne di tutto, di più. Vedremo se insieme alle evidenti responsabilità politiche si accompagneranno anche quelle penali. Ma è il sistema che non si tiene più. Bisogna darci un taglio netto. Per il bene di tutti.