NON BASTA LA NOTTE DELLE SCOPE
di FRANCESCO JORI La sintesi più efficace è di Bepi Covre, leghista di vecchia data, da sempre «vergin di servo encomio» nei confronti del Capo Supremo: «Siamo sospesi tra il De profundis e il Te Deum». Quale dei due salmi intonerà il Carroccio, si potrà cominciare a capirlo tra meno di un mese. Quando cioè, chiuse le urne del voto di maggio, si farà la conta di quante defezioni avrà provocato la bufera di questi giorni tra l'elettorato che ha visto tradita la convinzione di trovarsi di fronte a un partito diverso. E al quale non basta certo la «notte delle scope» di Bergamo per riprendersi dallo choc: ci vuole ben altro che una ramazza, per mettere mano a quella pulizia di cui Bobo Maroni ha fatto uno slogan. Né sono sufficienti le dimissioni di Bossi padre & figlio per ritenere chiusa la vicenda. Alla presidenza di quel consiglio regionale da cui è uscito il Trota, rimane un Davide Boni che a differenza del giovane Renzo è formalmente indagato. Asserragliata nel suo ufficio in un Senato dalla cui guida l'ha estromessa ieri il presidente Schifani, rimane una Rosy Mauro scaricata nel più ruvido dei modi dal suo stesso movimento. Dalla sua casa, l'ex tesoriere Francesco Belsito continua a mandare messaggi in stile bombe a orologeria, con un comune contenuto: sapevano in tanti. C'è un dato di fondo su cui meditare. A far saltare il famigerato «cerchio magico» non è stata una scelta politica della Lega, ma un'indagine della magistratura; l'opera di bonifica non è maturata dall'interno, ma è stata indotta dall'esterno. I malumori nei confronti di chi aveva blindato Bossi non da ieri ma da quasi otto anni, si erano limitati a refoli inconsistenti; la stessa operazione di Maroni di prendere il controllo del partito attraverso i congressi si preannunciava con tempi lunghi, e non era nemmeno scontato che andasse in porto. L'andazzo era noto a molti; ma quanto fosse debole l'opposizione, lo dimostra il fatto di non essere riuscita a scalfire il potere non certo di fior di politici, ma di una banda Bassotti da strapazzo. Per non parlare delle stucchevoli piaggerìe nei confronti del Capo anche di fronte a scelte ribalde: le cronache sono piene delle turibolate dedicate alla candidatura in Regione del giovane e scalcinato Renzo da autorevoli esponenti dell'establishment, Roberto Castelli in testa. Ora si riparte dai congressi a breve, come annunciato dal palco di Bergamo: da cui dovrebbe uscire la consacrazione di Maroni, anche se una serie di movimenti dietro le quinte lasciano sospettare che una parte della Lega, magari di nuovo per interposto Bossi, cercherà fino all'ultimo strade diverse. Ma neppure questo passaggio, con il cambio del segretario e delle regole, sarà sufficiente per ridare al movimento lo spirito delle origini. Bisognerà anche e soprattutto chiarire, trote e piovre a parte, perché il bilancio politico del Carroccio a oltre vent'anni dalla nascita sia sostanzialmente deficitario: come ha spiegato proprio Covre assieme a un altro leghista veneto senza turibolo, Marzio Favero, in un documento di un mese fa, quando ancora la tempesta era ancora lontana. Proprio i due questa sera riuniranno una decina di amministratori per cominciare a parlarne: una piccola scintilla, ma che potrebbe contare molto più dell'expo delle scope di Bergamo di martedì sera. Perché rimetterà l'accento sul territorio, anziché sul maniero di via Bellerio dove il Capo Unico si era asserragliato con i suoi pretoriani. E perché, come sottolinea ancora Covre, si tratta di fare una scelta decisiva: «Capire se val la pena di essere obbedienti o intelligenti». La risposta è scontata, e non da oggi. La formula «credere, obbedire, combattere» ha portato a una pessima fine il suo inventore. E con lui l'Italia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA