«Nessuna crisi, ma la riforma cambi»
di Gabriele Rizzardi wROMA Il Pd non vede nessuna crisi di governo all'orizzonte ma vuole cambiare la riforma del lavoro in Parlamento. A cominciare dall'articolo 18. Pier Luigi Bersani riunisce la direzione nazionale del partito, che approva all'unanimità la sua relazione, e invita a non sopravvalutare le parole di Mario Monti, che da Seul fa sapere che se il paese non è pronto, il governo potrebbe anche lasciare. «Il paese è prontissimo ad affrontare una situazione d'emergenza. Naturalmente, bisogna che fra governo, Parlamento e forze politiche ci sia un buon dialogo, che ognuno porti il suo contributo, che non ci sia un distacco tra la situazione del paese e l'azione di governo» spiega il segretario, che questa volta parla a nome di tutto il partito e assicura che il presidente del Consiglio non ha intenzione di lasciare ma vuole solo sapere se ci sono le condizioni per andare avanti. «Io gli rispondo che le condizioni ci sono ma poi ricordo che serve anche il dialogo» precisa Bersani, che invita a «ragionare» anche il ministro Fornero e spiega che il Pd non è interessato a «vincere» la partita sul lavoro ma vuole trovare una soluzione «giusta ed equa» e invita i tutti partiti a riflettere sui punti controversi. Il nodo da sciogliere è quello dell'articolo 18 e Bersani conferma l'intenzione di percorrere la via tedesca: «In nessun caso, la giusta causa può essere ovviata solo con un meccanismo di indennizzo che non funziona». A largo del Nazareno i volti sono distesi. Il Pd si attesta sulla linea indicata dal segretario, che punta ad ottenere modifiche alla riforma del lavoro «senza essere il partito delle 100 voci». «Fisseremo un presidio sul lavoro, un tavolo con gruppi parlamentari e partito nel quale si dialogherà con i soggetti sociali» annuncia Bersani. Dopo le tensioni delle ultime settimane, il clima nel gruppo dirigente del Pd è di grande concordia. D'Alema scherza («Non vorrei che si pensasse che stiamo scrivendo il libro Cuore...»), Veltroni si dice «perfettamente d'accordo» con Bersani sulle modifiche ed anche Violante, Franceschini e Fioroni, si uniscono al coro. Sulla riforma del lavoro, il Pd evita strappi ed anche un montiano come Enrico Letta preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno e invita a non dimenticare ciò che c'è di buono nella riforma targata Elsa Fornero. La ritrovata unità nel Pd innervosisce, e non poco, il Pdl. Angelino Alfano prova subito a mettere Bersani contro Monti. E per riuscirci si dice d'accordo con il presidente del consiglio sulla necessità di varare la riforma senza modifiche. «O si fa una buona riforma o non si fa nessuna riforma» chiosa il segretario del Pdl, che vorrebbe rinviare a dopo le elezioni politiche del prossimo anno la riscrittura dell'articolo 18 e spiega perché: «La riforma la farà chi vince le elezioni. E siccome vinceremo noi, faremo una buona riforma...». Una proposta per l'immediato arriva invece da Sacconi. L'ex ministro del Welfare chiede a Monti di convocare i partiti che sostengono il governo per «verificare preliminarmente la possibilità di una ragionevole approvazione» del disegno di legge sul lavoro e dice che, in caso contrario, sarebbe meglio «rinunciare». Il Pd accetterà la verifica? «Noi» risponde Bersani «siamo disposti a tutto, basta però che non si crei confusione perché ci sono delle norme e c'è il Parlamento...». Chi non ha invece bisogno di alcun chiarimento è Casini, che non perde occasione per ricordare che la posizione del Professore è quella del Terzo Polo e che il governo Monti «è l'ultimo della legislatura». Il Cavaliere riuscirà ad agganciare Casini e a mettere nell'angolo Bersani? L'idea piace a Giuliano Ferrara: «Berlusconi sta dormendo. Si svegli e dica a Casini, il candidato per palazzo Chigi sei tu». ©RIPRODUZIONE RISERVATA