Genova, in centomila contro le mafie

di Maria Rosa Tomasello wROMA Marcia lungo le strade di Genova assieme a centomila persone il padre di Nino Agostino, il poliziotto ucciso assieme alla moglie incinta perché aveva scoperto e neutralizzato l'esplosivo destinato al giudice Giovanni Falcone all'Addaura, anno 1989. Da allora Vincenzo Agostino non si è più tagliato la barba: «Lo Stato si deve togliere la maschera e fare chiarezza» dice, mentre attorno a lui migliaia di ragazzi provenienti da tutta Italia camminano dietro gli striscioni nel nome dei morti e dei vivi: «Chi tace e piega la testa muore ogni volta che lo fa». I familiari delle vittime di mafia sfilano nel capoluogo ligure nel giorno in cui Libera, l'associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti, celebra la 17ma Giornata della memoria. «Una manifestazione bellissima, non si vedeva così tanta gente dai funerali di Guido Rossa» commenta Claudio Burlando, presidente di una regione dove due Comuni, Bordighera e Ventimiglia, sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose. Ma accanto al ricordo, ai nomi dei novecento ammazzati ripetuti ostinatamente, come ogni anno, dal palco allestito al Porto antico, c'è la denuncia di un rischio: che «la vecchia politica», quelle delle collusioni, torni ad agitare la coda: «Nel nostro Paese, c'è uno stile più sobrio, ma la vecchia politica è in agguato» avverte don Ciotti. Il segno di un ritorno al passato potrebbe essere la cancellazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa: «Ho il dubbio che tutto questo faccia parte di una strategia» denuncia il sacerdote «perché il concorso esterno esiste ed è stato utile alla magistratura per incidere sulla zona grigia». Uno spazio nebuloso che, sottolinea, «è nel Paese, ed è anche nella Chiesa»: «La vera forza della mafia non sta dentro, ma fuori di essa» assicura, «in quella zona grigia costituita da segmenti della politica, delle professioni e dell'imprenditoria». «Anche il silenzio della Chiesa è colpevole, perché vuol dire che in qualche maniera c'è una connessione: ad esempio quando accade un fatto di mafia e il vescovo non dice nulla» sottolinea don Andrea Gallo, fondatore della comunità di San Benedetto al porto. Ma lo Stato lentamente prende coscienza che «la mafia non è più quella della coppola e della lupara», che la criminalità organizzata non fiorisce più solo nelle regioni del sud e che il nord è diventato terreno di conquista: «I funerali di Stato concessi a Placido Rizzotto sono una sconfitta per la mafia» afferma don Ciotti commentando la decisione del consiglio dei ministri di celebrare le esequie del sindacalista ucciso 64 anni fa per il suo impegno a favore dei contadini. «Spero che prima o poi anche lo Stato assuma la giusta consapevolezza e inizi a considerarsi come noi vittima, perseguendo mafiosi e corrotti non solo a parole» chiede Rosanna Scopelliti, figlia del giudice calabrese Antonino Scopelliti, «giustiziato» dalla 'Ndrangheta il 9 agosto 1991. Scorrono i nomi: Borsellino, Impastato, Falcone, Chinnici, Dalla Chiesa, i ragazzi delle scorte, le vittime finite all'ombra della storia. «Il costante impegno nel rinnovare il ricordo delle donne e degli uomini vittime della criminalità mafiosa contribuisce a sottrarre alle organizzazioni spazi e occasioni di penetrazione e consolidamento nella società» ha scritto nel suo messaggio a Libera il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il ricordo però non basta. «E' importante estendere i diritti e difendere i contratti nazionali, vera arma contro l'illegalità» chiede il leader della Fiom Maurizio Landini. Per la Cgil, «il lavoro è la prima risposta». «I ragazzi hanno chiesto un profumo di libertà e respinto il puzzo dell'indifferenza» dice il procuratore di Torino Gian Carlo Caselli, che però mette in guardia: «Viviamo in una crisi di legalità: il contrasto all'ala militare di Cosa nostra è stato efficiente, ma non lo è per le complicità». ©RIPRODUZIONE RISERVATA