l'intervista
di Pier Angelo Vincenzi wPAVIA Debutto cinematografico per il cantante lirico Ambrogio Maestri nell'ultimo film di Ferzan Ozpetek, "Magnifica presenza". Il regista italo turco, considerato uno dei massimi esponenti del cinema italiano contemporaneo, ha offerto una grandissima opportunità al baritono pavese. Che, per un mese, ha lasciato i più importanti teatri del mondo per cimentarsi in un ruolo quanto mai congeniale. Nel nono film di Ozpetek Maestri recita se stesso: «Non a caso mi chiamo Ambrogio», spiega il cantante lirico. Dal palcoscenico della Scala ai set di Cinecittà. Come è andata? «Benissimo – risponde Maestri – anche se è stato molto faticoso: ho lavorato un mese, un autista mi veniva a prendere alle 6.30 e finivo la sera alle 21. Non pensavo fosse così dura». Come è nata questa collaborazione con Ozpetek? «Ci siamo conosciuti l'anno scorso al Maggio Fiorentino, dove Ferzan era stato chiamato a curare la regia dell'Aida. E' nata una bella amicizia. Per la parte del cantante della compagnia di spettacolo di arte varia, così si chiamavano negli anni Quaranta, ha evidentemente pensato al sottoscritto». Di cosa parla il film? «E' la storia di Pietro, interpretato da Elio Germano, che arriva a Roma dalla Sicilia con un unico obiettivo: fare l'attore. Per campare sforna cornetti tutte le notti. La sua vita cambia quando trova finalmente una casa tutta per sé: un appartamento d'epoca, a Montemario, in questo bellissimo quartiere di Roma, ricostruito a Cinecittà. Presto però si rende conto di non essere l'unico abitante dell'appartamento. Scopre che gli ospiti imprevisti, eccentrici ed elegantissimi, sono attori della compagnia Apollonio, che andava per la maggiore negli anni Quaranta. Anzi, per l'esattezza arrivano dritti filati dal 1943, dalla Roma occupata dai nazisti». Sono dei fantasmi... «Sì, ma buoni. Insegneranno a Pietro i trucchi del mestiere, soprattutto lo aiuteranno a credere in se stesso. E così dopo lo spavento iniziale, l'aspirante attore condividerà desideri e segreti con questi insoliti inquilini». Presentando il suo nuovo film Ozpetek ha sottolineato l'importanza della memoria in una società come la nostra, tutta concentrata sul presente. «Alla domanda "ma siete liberi oggi in Italia?" Pietro, che è un cittadino di questa Italia, risponde dicendo: "Proprio liberi no". Il confronto tra gli attori degli anni Quaranta e l'aspirante attore dei nostri giorni mette in moto un corto circuito interessante tra l'Italia di sessant'anni fa e quella di oggi». Un gioco degli specchi tra passato e presente... «Con la compagnia Apollonio che, guarda caso, è impegnata in un tournée al teatro Valle di Roma». Che oggi è occupato da chi si oppone a logiche puramente speculative. «"Magnifica presenza" è tutto questo, ma anche una commedia surreale e brillante capace di regalare due ore di divertimento intelligente. Certo, come tutti i film d'autore permette diversi livelli di lettura, più o meno sofisticati. Non sono un esperto del settore, ma mi sento di dire che è un'opera di rara ricchezza. In questo film c'è un distillato della vita, si ride e si piange, tutti i sentimenti sono bene rappresentati». Il rapporto con gli altri attori? «Perfetto. Elio Germano è un talento nato, un perfetto mix di doti naturali e di preparazione. E' anche colto, il che naturalmente non guasta. E' stato magnifico lavorare con lui e con tutti il resto del cast, a cominciare da Margherita Buy. E' una donna complicata, ma di grande fascino. Bellissima, come è bellissima Vittoria Puccini, ispirata, romantica, speciale pure lei». Dimentica Beppe Fiorello... «Assolutamente no, è uno dei personaggi centrali del film. Un giorno ci è venuto a trovare il fratello, in coppia sono davvero spassosissimi. Due istrioni, non c'è limite alla loro capacità di catturare l'attenzione del pubblico». E Ozpetek? «Sembrerà banale, ma ha la capacità, niente affatto comune, di tirare fuori il meglio di te. E' estremamente esigente, ma non perde mai la pazienza, una gran brava persona che il successo internazionale non ha in alcun modo cambiato. Certo sul set un po' di nervosismo c'era, io potevo, come outsider, permettermi un approccio più rilassato, questo non è il mio lavoro principale. Poi, comunque, ho dato il massimo, come tutti del resto. D'altronde mi sono anche divertito molto». Una carriera di scorta, quella dell'attore? «No, non proprio. Ma non escludo di tornare davanti a una macchina da presa, in un futuro più o meno lontano. Adesso, comunque, non ho tempo per nient'altro che l'opera: sono impegnatissimo con il bicentenario di Verdi, mi attendono Falstaff a Londra e l'Aida quest'estate all'Arena di Verona, prima sarò a Vienna con l'Elisir d'amore». Meglio recitare o cantare? «Non mi aspettavo che stare su un set fosse così estenuante. Sono i tempi morti, le lunghe attese tra una ripresa e l'altra, a togliere energie. Poi quando ti rivedi non riesci a credere che quei due minuti di girato abbiamo richiesto tutte quelle ore di lavoro. Però è evidente che è una questione di abitudine. Quando mi lamentavo i miei colleghi attori non riuscivano a credere che per me possa essere più semplice cantare per tre ore di fila». Anche nell'opera si recita... «Vero, ma è una recitazione totalmente diversa, asservita al canto. E poi, soprattutto, non ci sono pause. Il problema, su un set di un grande film come quello di Ozpetek, è la cura maniacale che viene messa in ogni singolo aspetto del lavoro. Anche nell'opera, naturalmente, è richiesta un'altissima professionalità, ma ti giochi tutto nella rappresentazione. Il termine regia, poi, nel cinema non può che avere un altro significato: il regista di un'opera è importante, ma poi sul palco vai tu, nessun altro. Invece quando reciti in un film ti affidi, completamente, a un'altra persona che, in fase di montaggio, deciderà cosa fare di te, della tua immagine. E' la prima cosa che ho notato nel mese di riprese a Cinecittà. Ti devi necessariamente fidare del regista, altrimenti non puoi lavorare bene. I grandi attori hanno questa grande capacità di stare concentrati per un numero di ore spaventoso, dal mattino presto a tarda sera. C'è tensione, chiaramente, perché ogni scena deve essere perfetta, se il regista pensa che non lo sia, la si ripete. E' estenuante. Più volte mi sono complimentato con Elio, Margherita, Vittoria e Giuseppe, sono professionisti con i fiocchi e dei grandi lavoratori. Sbaglia chi pensa che il mestiere dell'attore non sia faticoso, lo è moltissimo». Se dovessero chiamarla ancora, quale genere di film le piacerebbe interpretare? «La commedia brillante è nelle mie corde, non mi vedo a intepretare parti drammatiche. Almeno non ora. E comunque, sarà quel che sarà, sono un po' fatalista, chissà se tornerò a recitare. Adesso voglio godermi questo momento speciale della mia carriera, il privilegio di aver lavorato con un regista del calibro di Ozpetek e con un cast di questo livello».