Sorrentino e il teatro che racconta la vita

Sabato sera alle 21 presso il teatro Domus Pacis (via San Lanfranco 13, Pavia) il gruppo teatrale amatoriale i "Balabiut" (composto da ragazzi dai 16 ai 25 anni) presenterà il nuovo spettacolo comico dal titolo "Dollari di piombo". L'ingresso è a offerta. Il ricavato dalla vendita dei biglietti verrà devoluto all'associazione Progetto Famiglie Pavia con Chernobyl. Della compagnia fanno parte Alessia Polloni, Giacomo Sada, Andrea Marchesi, Luca Marchesi, Marco Mangiarotti, Matteo Crotti, Luca Bertoloni, Riccardo Bertoloni, Anna Benazzoli, Marta Lovagnini, Francesca Virelli, Giulia Rovati, Giuliana Esposito. VIGEVANO Va in scena domani alle 21 al teatro Cagnoni "Fratello Clandestino" di Mimmo Sorrentino, produzione firmata da CRT, Coop. Teatroincontro, sostenuta dalla Fondazione L'Aliante di Milano e inserita nell'ambito del progetto "La scena del contemporaneo" (i biglietti, da 14 a 7.50 euro, si acquistano in teatro dalle 17 alle 20, informazioni al numero 0381.82242). Dopo "Pendolari" (al Cagnoni lo scorso novembre), che ha ricevuto un ampio consenso di pubblico, Sorrentino propone al pubblico vigevanese questo nuovo dramma umano dal titolo eloquente, segnalato al Premio Internazionale "Teresa Pomodoro, un teatro per l'inclusione". In scena ci sono cinque giovani attori, Odouffan Da Alphonsine, Odouffan Apo Doria Nadege (Nadia), Ali Kelleb Mohamed Ali (Radi), El Kounia Najib, Carlotta Cappato, le musiche sono di Andrea Taroppi, la scenografia di Rosanna Monti e le luci di Emiliano Poma. Al regista abbiamo chiesto di spiegarci come e con quali intenti nasce "Fratello Clandestino". « Nasce nel 2004 nell'ambito di laboratorio teatrale presso la Fondazione L'Aliante di Milano, che si occupa di adolescenti stranieri in difficoltà. Mi trovai di fronte a ragazzi che non conoscevano nemmeno l'italiano, così iniziammo cantando canzoni arabe e canzoni napoletane. Fu un gran divertimento. Poi motivammo, cioè "stonammo" due strofe che io avevo scritto per loro, che dicevano: "Noi siamo minorenni, noi siamo clandestini, senza documenti e anche un po' delinquenti, ma nessuno ci può cacciare via da qui, perché noi siamo minorenni, siamo clandestini e senza parenti". In quei versi, che poi sono rimasti nello spettacolo, era riassunta tutta la loro terribile condizione di delinquenti e senza parenti. Ma in quelle strofe c'era anche l'unico diritto che avevano: non essere espulsi perché minorenni. "Fratello Clandestino" nasce con degli adolescenti che cantano un loro diritto e continua con la presa di responsabilità che l'avere quel diritto comporta. E' un viaggio di civismo». Gli attori chi sono e come sono stati scelti? «Da giugno a settembre dello scorso anno abbiamo realizzato, grazie alla Fondazione Piacenza e Vigevano e il teatro Cagnoni, un campus teatrale per giovani della città, intanto io ero stato invitato dall'assessore Bellazzi a proporre una personale dei miei lavori, e per l'occasione ho deciso di rinnovare tutti i cast. Ho scelto due ragazze del corso, Alphonsine e Carlotta, poi ho cercato dei giovani stranieri che avessero voglia di investire tempo e energie in una esperienza teatrale e ho incontrato Radi e Najb, infine, dato che mancava una ragazzina di colore, e si è data disponibile Nadia, la sorella di Alphonsine». Perché portare in scena i drammi umani? «I drammi degli altri ci riguardano perché "l'altro" siamo noi. Da sempre il mio lavoro esplora le zone devastate della realtà e le anime salve, come direbbe De Andrè. Mi trovo perfettamente a mio agio in queste terre di nessuno. Però non scrivo drammi ideologici, non mi interessa educare. Narro ciò che vedo, convinto che ognuno si riconosca in quello che rappresento. E con "Fratello Clandestino" è facile identificarsi, perché è una storia d'amore di due giovani che non hanno gli strumenti esistenziali e contestuali per vivere al meglio il loro amore». Cosa trovano i clandestini, quando arrivano in quella che credono essere la "terra promessa"? «Non trovano una vita facile. In realtà non pensano nemmeno di trovare la terra promessa. Sanno benissimo che troveranno ostilità, repressione, rischio di reclusione. Però ci provano lo stesso, spesso non hanno altra scelta. Dovrebbe bastare questa incredibile voglia di futuro che si fa beffe di ogni forma di depressione, per accoglierli come salvatori della patria, visto che noi abbiamo paura a muovere anche un passo se non ci sentiamo abbastanza protetti. Questi stranieri ci insegnano ad aver fiducia nel futuro. Non è poco». (m.pizz.)