LA FINE DEI CANDIDATI "UFFICIALI"
di GIANFRANCO PASQUINO «Le dure repliche della storia» è una frase del grande filosofo tedesco Hegel che il grande filosofo italiano Norberto Bobbio amava citare. Prevalentemente, la citazione serviva a ricordare alla sinistra tutti gli errori che aveva commesso e nei quali, non avendo imparato abbastanza, accecata dall'ideologia e dall'arroganza, continuava a cadere. Non vorrei, però, nobilitare troppo le, per l'appunto ripetute, sconfitte dei candidati ufficiali del Partito Democratico nelle primarie. "Ufficiali" sono i candidati sponsorizzati dal Partito Democratico del luogo nel quale si svolgono le primarie, candidati che, molto incautamente, vengono "battezzati" dallo stesso segretario del Partito. Da Cagliari a Milano, da Genova a Palermo dovremmo, anzi, dovrebbero, i dirigenti del Partito Democratico, avere imparato che il loro sostegno ufficialmente espresso ad una specifica candidatura, nel caso di Palermo a Rita Borsellino, implica uno svantaggio significativo già in partenza per quella candidata/o. Una parte, evidentemente non piccola, di elettori, certamente persino "democratici", va alle urne anche con l'intenzione di scegliere una candidatura diversa da quella ufficiale del Partito. In sostanza, quegli elettori non vogliono imposizioni. Probabilmente, sono proprio loro elettori che interpretano al meglio lo spirito delle primarie. L'obiettivo prioritario delle primarie consiste nell'individuare il candidato migliore per la carica elettiva, nella fattispecie per diventare sindaco di Palermo. Accettare la candidatura offerta dal partito, che non dovrebbe essere un giocatore, ma un arbitro, già di per sé costituisce un problema poiché alle elezioni quel candidato/a riuscirà a vincere esclusivamente se va oltre, in qualche caso, molto oltre, il perimetro del suo partito. Giusto è, invece, che chiunque, nell'ambito di un'alleanza dai confini abbastanza chiari, ma non rigidi, senta di avere le qualità necessarie ad una carica, alzi la mano, come dice Arturo Parisi il più coerente sostenitore delle primarie nel Partito Democratico, e si "autocandidi". Dovrà, poi, spiegare perché si ritiene il candidato/a più adatto/a. Lo farà cercando di convincere anche elettori che altrimenti non voterebbe il suo partito di provenienza, se ne ha uno, ma certamente desiderano valutare una pluralità di scelte possibili. Le primarie garantiscono anche la possibilità di circolazione delle personalità, facendo emergere candidature altrimenti riluttanti, mentre il PD insiste nel volere controllare il limitato ricambio di cui è capace. E' prevedibile, almeno così devono avere pensato gli elettori di molte città, ma nient'affatto di tutte, che il candidato/a sponsorizzato/a dal Partito Democratico avrà poca libertà di manovra. Rimarrà impigliato in dialettiche e manovre tristemente correntizie che rendono il PD un partito poco vivace, poco mobile, poco capace di innovazione. A Cagliari e a Milano i vincitori non-PD delle primarie hanno poi conquistato la carica di sindaco anche con le loro proposte, e stanno governando in maniera più che soddisfacente. A Genova e a Palermo si vedrà. Comunque, meglio il nuovo che spalanca finestre di opportunità piuttosto che il vecchio che, per quanto "usato sicuro", non riuscirebbe a mobilitare nessun elettorato aggiuntivo. Invece, di rattristarsi e piangere e punire responsabilità che sono collettive, il segretario Bersani e i dirigenti del suo partito (anche se alcuni di loro gioiscono per le difficoltà in cui si dibatte il segretario) dovrebbero cambiare la loro balorda concezione delle primarie. Si candidi chi vuole e chi può, vinca il migliore, ma senza cercare l'appoggio ufficiale del Partito Democratico. Poi, tutti dietro il vincitore per spingerlo a conquistare la carica in palio. Sia la procedura sia la sequenza sono semplici, trasparenti, davvero democratiche. Potrebbero addirittura essere utili e vincenti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA