L'Ocse: meno tutele sul posto fisso
di Vindice Lecis wROMA Sulla trattativa per la riforma del mercato del lavoro, ferma ai blocchi di partenza, piomba la raccomandazione dell'Ocse che chiede all'Italia di ammorbidire le tutele sul posto fisso. Una richiesta che l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico affianca a quella di una «riforma del welfare per migliorare la rete di sicurezza dei disoccupati». Un'intervista di Sergio Marchionne suscita ulteriore preoccupazione. Gli stabilimenti italiani, afferma l'ad del Lingotto, hanno tutto per cogliere l'opportunità» di esportare negli Usa «ma se non accadesse dovremmo ritirarci da due siti dei cinque in attività». Un'affermazione contestata dalla Fiom che ha chiesto al governo di convocare urgentemente la Fiat per chiedere conto dei suoi programmi italiani. Ma nemmeno il Pd ha apprezzato le parole del manager italo-canadese: dall'intervista, dice Pier Luigi Bersani, «arrivano notizie di certo non buone» sulle quali «mi auguro si possa aprire un confronto di politica industriale fra la più grande azienda d'auto del Paese, il governo, il Parlamento e i sindacati». Giovedì 1 marzo è stato fissato il nuovo incontro tra governbo e parti sociali sul lavoro. Sui precedenti, i sindacati non nascondono una certa irritazione e sconcerto per l'andamento di una trattativa non considerata nemmeno come tale. Il timore è che la nuova sollecitazione dell'Ocse possa creare delle turbative per l'insistenza ad «ammorbidire» le tutele sul posto fisso. Ma l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo che riunisce i paesi più sviluppati, mette anche il dito nella piaga della disoccupazione che, a livello mondiale, coinvolge 200 milioni di persone, 14 milioni prima dell'esplodere della crisi. L'Italia è pienamente investita dalla mancanza di occupazione, in attesa di misure per sollecitare la crescita che non possono essere generate dalla complessa riforma del mercato del lavoro. Per questo motivo diversi leader politici da una parte hanno ostentato ottimismo sull'ipotesi di un'intesa (Bersani), dall'altra hanno chiesto al governo di sgombrare il campo da ogni ostacolo: l'articolo 18 non è il problema principale dicono Bersani e Pier Ferdinando Casini. Vendola aggiunge che si tratta di un «simbolo di civiltà di questo Paese». Non è un caso infatti che si siano dilatati i tempi per parlare dell'articolo 18. Lo scontro si è invece focalizzato sulla riforma degli ammortizzatori sociali con l'ipotesi di un allargamento della platea ma non a carico della fiscalità generale. Il ministro non ha sciolto il nodo delle risorse e su questo aspetto i sindacati hanno chiesto spiegazioni ribadendo tutte le loro perplessità. Giovedì sarà completato il confronto sull'argomento con l'illustrazione delle cifre ma anche avviata una riflessione sulla flessibilità e i contratti di inserimento. La Cgil lancia comunque un avvertimento: «Vogliamo un accordo sul lavoro per cambiare, allargare le tutele e includere. Si può dire lo stesso del governo? Due i nodi da sciogliere: ci sono risorse disponibili? Il governo vuole davvero un accordo o si prepara a fare da solo?» Tuttavia i riflettori ieri sono stati tutti per Sergio Marchionne. Che nell'intervista ha promosso i cento giorni del governo Monti e annunciato la fine di Fabbrica Italia. «Gli investimenti li comunichiamo man mano che li facciamo. E li facciamo in base al mercato». Dunque Mirafiori «entrerà a regime alla fine del 2014 con un modello Fiat e uno Crysler». Ha criticato Camusso («parla troppo sui media e poco con noi») e Landini della Fiom. E ha attaccato l'articolo 18 che «esiste solo in Italia». Marchionne sbaglia, gli risponde Fassina del Pd: il reintegro obbligatorio è previsto in 15 dei 27 stati dell'Ue. ©RIPRODUZIONE RISERVATA