Mede, il ragazzino che salva il dialetto

MEDE Fabio Chiodi, nove anni e un grande talento: parla perfettamente il dialetto medese. Capacità particolarissima, segno di grande capacità di apprendere (non è certo andato a lezione) e soddisfazione per la famiglia, in particolare per i nonni. E poi, va rimarcato, ormai la tradizione di parlare il dialetto popolare, tra i giovani, si sta spegnendo. Fabio, dunque, è un caso eccezionale e positivo: «Faccio la quarta elementare e parlo il dialetto – così si presenta il ragazzino, con molto orgoglio, e racconta – Ho iniziato alcuni anni fa: quando arrivava il periodo di Natale, mia mamma e mio papà, per non farmi capire cosa avrei ricevuto sotto l'albero, parlavano tra di loro in dialetto. Così, per scoprire quali regali mi aspettavano, ho dovuto imparare in fretta. - E continua – Trascorro anche molto tempo con il nonno, lo aiuto nell'orto, e con lui parlo solo in dialetto». Fabio è un bambino curioso, spiritoso e dagli occhi vispi, con la passione per il judo e con poca voglia di fare i compiti, alla domanda: parli il dialetto anche a scuola? Lui ha risposto: «Non posso, ho provato alcune volte, ma poi tornavo a casa con le note sul diario perché facevo arrabbiare la maestra e i miei compagni credevano fossi un po' matto, perché loro non lo parlano». Fabio sa di essere un'eccezione e dice: «Mi hanno detto che non devo smettere per portare avanti la tradizione. Un paio di anni fa sono stato contattato da un rione di Mede per prendere parte a una delle rappresentazioni che si fanno durante le sere del Palio d'la Ciaramela, ma ero più piccolo, non conoscevo nessuno e mi sono vergognato». Quello del Palio d'la Ciaramela è uno dei più importanti eventi medesi di ogni anno, in cui l'intero paese si mobilita e collabora per riproporre le antiche tradizioni dei rioni. «Sono stato intervistato anche da un ricercatore di Pavia, che era incuriosito dalla mia capacità. – dice Fabio e conclude – Per i prossimi anni spero di riuscire ad insegnare il dialetto di Mede ai miei amici e compagni di classe, così non andrà perso e loro finalmente potranno capirmi». Marta Mogni