Pescatori uccisi, scontro Italia-India

di Natalia Andreani wROMA E' crisi diplomatica tra Italia e India dopo il fallimento dei colloqui per risolvere la vicenda della «Enrica Lexie», la petroliera rimasta coinvolta in un presunto attacco pirata che ha portato alla morte di due pescatori indiani. Ieri la Polizia di Kochi, stato meridionale del Kerala, con una «decisione unilaterale e coercitiva», ha posto in stato di fermo i due marò del Reggimento san Marco che si trovavano a bordo della nave salpata da Colombo per difenderla da eventuali attacchi dei pirati, così come prevede la Convenzione Onu in vigore dal 2011. «La situazione si è aggravata» e non è chiaro come evolverà ha riferito a sera una fonte della Farnesina escludendo che si possa arrivare a un trasferimento in carcere dei due militari. La polizia è salita a bordo della Lexie nella mattinata di ieri, con il console generale a Mumbai, Giampaolo Cutillo. E in un clima di crescente tensione ne è scesa poco dopo scortando a terra, per un nuovo interrogatorio, i due fucilieri accompagnati dal comandante della nave Umberto Vitelli. Interrogati per tutto il giorno, Massimilano Latorre e Salvatore Girone, entrambi in servizio alla caserma Carlotto di Brindisi, hanno ribadito di avere aperto il fuoco contro un'imbarcazione che si avvicinava con a bordo 5 uomini armati. E di avere sparato 20 colpi (12 uno, 8 l'altro) con raffiche di avvertimento in aria e in mare. La polizia afferma invece che sulla fiancata del peschereccio ci sono i fori di 16 colpi da sommare a quelli che hanno ucciso i due pescatori: da qui l'intenzione di contestare ai due marò italiani il reato di omicidio che prevede l'ergastolo e anche la pena di morte. La polizia indiana, almeno per ora, ha tuttavia rifiutato agli italiani il permesso di visionare il peschereccio e di conoscere i risultati dell'autopsia sulle due vittime: un rifiuto che non aiuta a sgomberare il campo dalle voci secondo le quali attorno alla nave ci sarebbero state due imbarcazioni, una delle quali effettivamente in mano a un gruppo di pirati armati. Se non bastasse, mentre la stampa indiana scatenata sul caso presidia il porto di Kochi, a New Delhi è andato male anche l'incontro tra le autorità locali e la delegazione arrivata da Roma e composta da funzionari dei ministeri degli Esteri, della Giustizia e della Difesa. Roma ha fatto presente che l'incidente è avvenuto in acque internazionali, a bordo di una nave battente bandiera italiana, e che i militari impiegati in queste missioni sono protetti per legge da un' immunità che non significa impunità. E che dunque, come ha ribadito ieri il ministro della Giustizia, Paola Severino, «la giurisdizione non può essere che italiana». Ma la controparte si è detta d'accordo solo sul primo punto. Ovvero sul fatto che l'incidente è avvenuto fuori dalle loro acque territoriali. I due marò sono quindi trattenuti in una caserma della polizia di Kochi in attesa di sviluppi e di una possibile ripresa delle trattative entrate in stallo. La delegazione interministeriale è rimasta a New Delhi e di ogni sviluppo viene costantemente informato il premier Mario Monti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA