Primarie di Genova, bufera nel Pd

di Maria Berlinguer wROMA «Le primarie hanno una loro logica, quando si fa la scelta di partecipare alla gara con più di un candidato del Pd, poi se ne accettano gli esiti con serenità». Pier Luigi Bersani minimizza gli effetti della debacle di Genova dove l'outsider Marco Doria, appoggiato da Vendola, ha doppiato i voti delle due candidate del partito. Ma tra i democratici si è aperta la resa dei conti. E l'effetto Genova rischia di ripetersi anche in Sicilia dove Giuseppe Lumia, in polemica per la scelta di candidare Rita Borsellino, ha presentato una mozione di sfiducia contro il segretario regionale, Giuseppe Lupo. E' a Twitter che il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, candidato ufficiale del Pd, affida il suo sfogo pieno di rancore per la sconfitta. «Ora bisogna ricominciare, il rischio di una città che muore e non vuole riconoscerlo è lì, nel voto a Doria come voto anticasta del tutti uguali: viva i predicatori», scrive. Vincenzi attacca i maggiorenti del Pd, «l'agitarsi dei gruppi di potere dentro e a fianco del Pd: dovevo dargli una mazzata subito invece di aspettare che si rassegnassero. Speravo che il Pd mi digerisse elaborando il lutto del 2007, non è successo». Infine il paragone con Ipazia, la filosofa di Alessandria di Egitto, assassinata da fanatici cristiani nel V secolo d. C. e l'attacco a don Gallo, il prete di strada grande sponsor di Doria. «Comunque a Ipazia è andata peggio», ammette Vincenzi, chiudendo con una domanda: «Chissà dove sarebbe stato don Gallo ai tempi di Ipazia...». Lo sfogo ha un effetto immediato in Ligura dove rassegnano le dimissioni sia il segretario provinciale, Victor Rasetto, sia quello regionale, Lorenzo Basso. «E' sbagliato drammatizzare l'esito delle primarie ma anche far finta che il partito non abbia problemi: rimetto il mio mandato per aprire una discussione e ricompattare il partito», spiega Basso. «Doria ha vinto perchè le due candidate del Pd non sono state in grado di interpretare la voglia di cambiamento dei genovesi», ammette Rasetto aggiungendo che il «terremoto» può anche essere salutare. Non nasconde la sua soddifazione Nichi Vendola. «A Genova non ha vinto un partito ma la voglia di cambiamento», dice il leader di Sel che assicura di non coltivare «l'aspirazione a sottrarre voti al Pd». Ma è nel partito nazionale che aleggia la resa dei conti. Se Bersani invita tutti a lavorare «ventre a terra» «per il candidato con cui vinceremo: Doria», Sergio Cofferati dichiara che è stata «una secca sconfitta del Pd, un voto esplicitamente contro il Pd». I veltroniani chiedono alla segreteria nazionale di aprire una riflessione senza autoassoluzioni sul caso Genova. La Velina rossa si spinge a chiedere un congresso straordinario. «Lasciamo stare, prima di tutto l'Italia», ribatte però Bersani. Anche il fronte cattolico, gli ex popolari, è molto critico. «Questo Doria ha fatto tutta la campagna attaccando Monti e il governo: come può essere il nostro candidato?» spiega un dirigente . Chi era certo del trionfo di Doria è don Gallo. «Conoscendo il territorio si capiva che il baratro tra i professionisti della politica e la società si stava allargando: il distacco tra la gente e i partiti è sempre maggiore: il Pd si è infognato nella resistenza del sindaco e nell'entrata a gamba tesa della Pinotti», la sua analisi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA