Il rosario dei morti e il dolore dei parenti «Questa lista fa male»
di Maria Rosa Tomasello wROMA Dura tre ore il rosario doloroso della strage infinita, 6400 parti civili per tremila vittime tra morti e malati, una lettura interminabile di nomi che trascinano ricordi e riaprono ferite anche nel giorno in cui giustizia è fatta: «Questa lista non ha termine e fa troppo male» dice Romana Blasotti, 83 anni, presidente dell'Associazione familiari e vittime dell'amianto, la protagonista di trent'anni di battaglie. L'amianto le ha tolto il marito, la sorella, un nipote, un cugino, e infine la figlia: «Non ho mai pianto» dice, «e speravo di riuscire a piangere oggi, ma non ci riesco. E' una bella vittoria, ma c'è molto dolore». Alla sentenza, il volto di Romana resta immobile, ma attorno a lei le lacrime scorrono sui volti di chi nell'aula 1 del tribunale di Torino commemora i suoi morti e i morti che verranno contati. Perché l'amianto continua a uccidere e solo tra dieci anni nella città martire di Casale Monferrato arriverà il picco delle vittime di asbestosi, mesotelioma, tumori polmonari, e Romana lo sa: «Vedremo ancora tanti amici morire, e abbiamo ancora tanta rabbia». Piange, tenendosi il fazzoletto davanti al volto, Pietro Condello, per 15 anni operaio Eternit, che celebra la memoria di questo eccidio indossando la sua divisa da operaio e affidandosi a una preghiera: «Non servono a nulla 35 mila euro, neppure a curarsi, non cambiano la mia vita: ho l'asbestosi da vent'anni, e l'unica cosa che posso fare è sperare di morire il più tardi possibile». Per 66 udienze in aula, ha indossato la tuta blu simbolo della sua malattia e della sua lotta: «Nel mio reparto lavoravamo un tipo speciale di amianto che arrivava dall'estero e dicono che fosse tra i più pericolosi: eravamo in trenta, e siamo rimasti in due. Oggi qui ho sentito tutti i nomi dei miei 28 colleghi morti, ed è stato terribile». Il giudice Giuseppe Casalbore legge un nome dopo l'altro, senza fermarsi, davanti ai familiari e ai sindaci con la fascia tricolore. Il caldo è asfissiante, ci sono commozione e stanchezza, brusio trai banchi: «Dovreste fare la cortesia, oltre che di stare in silenzio, di stare in piedi» si interrompe Casalbore dopo due ore e mezza di lettura. Chi è seduto si rialza, chi parla si zittisce, sottolineando un clima quasi religioso. «E' un rosario infinito» dice il presidente della Provincia Antonio Saitta, «questi cognomi provenienti da tutta Italia ci hanno fatto rivivere un dramma collettivo a cui questa esemplare sentenza ora contribuisce a rendere giustizia». Giustizia, non denaro. «Quello che conta è la parola "colpevoli", poi avremo il tempo di capire il valore dei risarcimenti» dice commossa Assunta Prato, vedova da 15 anni di Paolo Ferraris, ex assessore regionale morto per mesotelioma pleurico. «Questa sentenza ci dice che il dato economico è importante, ma la vita umana lo è di più. E che prima dei risarcimenti vengono i 16 anni di condanna, unico atto di giustizia verso chi non c'è più» commenta Bruno Pesce, presidente dell'Associazione familiari delle vittime. Non c'è più Gabriella Ganora, nuora di Nils Liedholm e mamma di Paolo Liedholm, che ha aspettato la decisione turbato: «L'unica colpa di mia madre è stata quella di vivere a Casale Monferrato, e di allenarsi in un campo di pallavolo vicino alla fabbrica, dove le strade erano lastricate di "polverino", il materiale di scarto della produzione. E' morta nel 2008, a 49 anni: una condanna a morte eseguita con 30 anni di ritardo. Mio nonno non riusciva a farsene una ragione, non concepiva che una intera città venisse avvelenata per fare profitti». Per partecipare all'udienza, trasmessa in diretta Internet, 1200 persone persone sono arrivate a Torino a bordo di 24 pullman, con delegazioni da Francia, Svizzera, Belgio, Brasile, dove la giustizia è inceppata o dove l'eternit continua a essere prodotto: «Speriamo che questa sentenza ispiri i giudici brasiliani» dice in lacrime Fernanda Gianansi, «da trent'anni combattiamo: tutti gli Stati devono vietare l'amianto, le vittime vanno risarcite. E i colpevoli devono andare in prigione». ©RIPRODUZIONE RISERVATA