QUELLA RIFORMA SI FARA'

di LUIGI VICINANZA Siamo sinceri. Se noi genitori – lavoratori garantiti – fossimo davvero certi che con l'abolizione dell'articolo 18 i nostri figli – disoccupati o precari, comunque senza garanzie per l'oggi e per il futuro – avessero maggiori e più concrete opportunità di lavoro, tutta la sfibrante discussione che sta dividendo il Paese sarebbe già bell'e archiviata. Quanti padri e quante madri sarebbero ben disposti a dolorose rinunce sul fronte dei diritti lavorativi per far spazio ai giovani. Troppo ardita è però l'equazione licenziamenti facili in cambio di difficili assunzioni. Già oggi quasi la metà di chi lavora in imprese private è privo della tutela dell'articolo 18; parliamo di circa 8 milioni di lavoratori occupati in aziende con meno di 15 dipendenti. Dunque, perché su questa tema che ha visto scornato un Berlusconi declinante, ci prova con insistenza anche Monti? La risposta è contenuta nella lettera che il 5 agosto scorso Jean-Claude Trichet e Mario Draghi scrissero al governo italiano. Troppo presto rimossa dal dibattito pubblico: se valeva per Berlusconi, vale ancor ora per Monti. Dunque, alla lettera C del punto 1 i vertici della Banca centrale europea ritengono essenziale, tra le altre misure, «una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso settori più competitivi». Ecco, l'articolo 18 – con tutto quello che ne consegue - deve essere cancellato per richiesta della Bce. E Monti, piaccia o non piaccia, lo abolirà perché il suo programma di governo è in linea con le prescrizioni rigoriste di Draghi e Trichet. La determinazione con cui il governo dei professori ha agito per riformare le pensioni prima e per avviare una serie di timide liberalizzazioni poi si spiega sempre con la necessità di non eludere le prescrizioni europee. Monti non si preoccupa della impopolarità che le scelte del suo governo possono alimentare qui in Italia. Non insegue il consenso dell'opinione pubblica nazionale, né tanto meno di un elettorato stanco e sbandato. No, il premier misura il suo consenso sulla scena internazionale: il viaggio negli Stati Uniti dove è stato accolto come il cocco della politica mondiale, l'incontro con Obama, la copertina sul "Time" come possibile salvatore dell'Europa; l'ex commissario europeo dialoga intensamente con un mondo fuori dai confini nazionali. Verso quell'establishment si sente in dovere di rispondere dei risultati conseguiti. Per la sfiducia europea (non del Parlamento) è caduto il Cavaliere; sulla fiducia dell'Europa si gioca tutto il Professore. Certo, dovendo modificare in modo radicale il mercato del lavoro è meglio avere il consenso delle parti sociali. Ma, vedrete, la riforma si farà, costi anche uno scontro duro con i sindacati, in particolare con la CGIL. D'altra parte ci troviamo di fronte a regole ingessate, ostili ai giovani, incardinate su un mondo del lavoro pre-globalizzato. Per cambiare occorre equilibrio, equità, capacità di innovazione. Elementi che scarseggiano in questa compagine di governo. Monti comunque sa che anche in questi passaggio delicato può contare sull'esperienza e sull'appoggio di Napolitano; è facile ipotizzare che non farà un passo senza il consiglio e la mediazione del Quirinale. Napolitano è stato il garante dell'Italia di fronte alla comunità internazionale nella fase più acuta della crisi del 2011. Ed Europa e Stati Uniti hanno visto nel Quirinale la vera guida del paese. A metà del 2013 Re Giorgio termina il suo mandato; in quegli stessi mesi – se dura – scade anche la legislatura. Non è azzardato ipotizzare che in "pole position" per l'ascesa al colle più alto si trovi solo e soltanto "l'eroe dei due Monti". Ma questa è cronaca ancora tutta da raccontare. l.vicinanza@finegil.it ©RIPRODUZIONE RISERVATA