Le motivazioni della condanna «Moggi a capo di un clan»
ROMA Le schede telefoniche estere fornite ad arbitri e designatori, e le intercettazioni e gli incontri con gli stessi designatori: sono gli elementi decisivi che hanno portato alla condanna dell'ex direttore generale della Juventus, Luciano Moggi, e degli altri imputati nel processo a Calciopoli. E' il succo delle 559 pagine delle motivazioni della sentenza depositata ieri. Il presidente del collegio, Teresa Casoria, mette nero su bianco le ragioni che portarono lo scorso 8 novembre alla condanna per Moggi (5 anni e 4 mesi), e per i designatori Bergamo e Pairetto, nonché per arbitri e dirigenti di società. Casoria sostiene che gli elementi raccolti sono sufficienti «a conferire a Moggi la qualifica di capo dell'associazione». Per il collegio «sono sufficienti le parole pronunciate nelle conversazioni intercettate» a giustificare la condanna per frode sportiva perché «trattandosi di un reato legato al tentativo, non necessita della conferma».