A CHI PIACE ESSERE MONOTONO

di GIANFRANCO PASQUINO Ha ragione il Senatore Professor Mario Monti, già Commissario Europeo per dieci anni, consulente di banche e organizzazioni economiche e attuale capo del governo italiano. Un unico lavoro per tutta la vita (anche quello di Senatore?) è sicuramente monotono. Crediamo alla sua esperienza personale e professionale. Però, il problema, è, come si dice, un altro. Circa un paio di milioni di italiani, per lo più sotto i trent'anni d'età, sta cercando un lavoro, spesso il primo lavoro. Una volta avuto quello, magari pagato in maniera decente, potrà anche porsi l'obiettivo di cercarne un altro, più soddisfacente, meglio pagato, meno noioso, più produttivo per sé e per la società. Altri italiani lo stanno perdendo il lavoro, il posto nel quale alcuni di loro sono, forse, stati precari e «ricattabili», sottopagati e, diciamolo, anche un po' sfruttati. A una certa età, poi, probabilmente privi di prospettive di diventare senatori a vita, quegli italiani rischieranno di non avere nessuna possibilità di re-inserimento senza avere maturato l'età e gli anni lavorativi per ottenere una pensione non da fame. Se licenziati senza giusta causa, non riusciranno ad avere, dopo un contenzioso durato minimo un paio d'anni, neppure il reintegro nel posto di lavoro, qualora passasse la posizione della Confindustria. Altro che monotonia, caro Professore Capo del Governo, sarà tristezza, dolore, impoverimento. Sì, ho capito che i Professori Ministri Monti Mario e Fornero Elsa non vogliono rinunciare alla tutt'altro che monotona missione della loro vita: insegnare agli italiani ad accettare di vivere in una società dinamica, in una economia traballante, in un mondo globalizzato dal quale vengono sfide durissime e difficilissime. Probabilmente, i giovani tra i venticinque e i trent'anni, più o meno «sfigati» (che interpreto come «sfortunati e sfaccendati»), hanno già capito come va la storia. Vorrebbero non un posto fisso, ma un lavoro che consenta loro di vivere, eventualmente, anche fuori della casa materna (il padre spesso se n'è già andato), trovandosi un compagno/a e permettendosi il lusso di avere qualche figlio. Questi giovani non sono preoccupati dalla monotonia e neppure dalla flessibilità. Vorrebbero un mercato aperto e competitivo nel quale fare valere le loro conoscenze e competenze acquisite in scuole e università migliori, più moderne, più dinamiche. Non tutti loro hanno avuto la preparazione liceale e i soldi necessari a frequentare la prestigiosa e costosissima Bocconi. Pochi di loro (e dei loro padri) quando perdono il posto di lavoro godono delle enormi opportunità di riqualificazione che i paesi nordici e i loro intelligenti sindacati hanno costruito e possono offrire. Precari e disoccupati non capiscono fino in fondo perché i sindacalisti, anche loro stabili nei rispettivi posti da decenni, continuino a difendere l'esistente e non riescano a fare proposte per il domani che contemplino, per esempio, maggiore solidarietà, un po' di job sharing, lo scambio fra flessibilità, anche in uscita, e nuove opportunità, magari anche monetarie. Gli anziani si proteggono anche grazie ai non giovani sindacalisti. Alcuni giovani sono annoiati dalla monotonia di un lavoro fortunosamente acquisito, grazie a conoscenze personali o pura fortuna. Altri stanno perdendo la speranza di trovarlo. Apprezzano lo sforzo pedagogico e professorale di Monti e Fornero, anche se battere sullo stesso tasto è davvero, persino etimologicamente, monotono, ma si chiedono qual è l'insegnamento che quei due professori vogliono impartire e a chi? A chi e come gioverà la revisione dell'articolo 18, a Emma Marcegaglia, a Standard& Poor's, alla signora Merkel, ai disoccupati sfiduciati? ©RIPRODUZIONE RISERVATA