DAMASCO E LEPAURE DI BEIRUT
di ALBERTO STABILE Bisogna ascoltare le voci di Beirut, quelle che osano esprimersi pubblicamente e quelle che si dissolvono nelle morbide atmosfere dei salotti dove si danno convegno i ricchi e famosi della capitale libanese, per capire come si evolverà la crisi siriana. Ragionamenti interessati, certo, perché se il Libano è sempre stato per la Siria una sorta di territorio d'oltremare a due passi da casa, di volta in volta giardino di delizie mondane, campo non recintato per libere scorribande economiche, mercato parallelo e quotidiano per un esercito di disoccupati a basso costo, la Siria per il Libano è stata per mezzo secolo il rimedio di tutti i mali, a cominciare dalla estrema litigiosità e dalla cronica incapacità della sua "classe" dirigente a costruire uno stato moderno e non condizionato nei suoi meccanismi di rappresentanza e nel suo funzionamento dai paralizzanti equilibri settari. Avvinghiati l'uno all'altro da una storia comune passata attraverso il cerchio di fuoco di una lunga guerra civile, quale che sia l'esito finale della vicenda siriana non potrà non prolungare i suoi effetti sul Libano. Per questo, finora, il Libano si è astenuto dall'interferire nella crisi che sta dilaniando il potente vicino, e anzi quando ha dovuto schierarsi politicamente, o si è astenuto dal farlo, o si è pronunciato a sostegno di Damasco. Mentre il regime siriano, al di là delle generiche accuse di favorire il contrabbando d'armi dirette ai ribelli, contrabbando che ha sempre costituito la normale routine da un lato all'altro dell'inesistente frontiera fra i due paesi, non ha rivolto al governo di Beirut, varato nel giugno scorso con la benedizione di Damasco, alcuna accusa di slealtà. Non ha affondato i colpi. Ma è proprio l'incertezza sul se e come la Siria uscirà dalla crisi che costringe i libanesi a scrutare allarmati l'orizzonte e ad ipotizzare i possibili scenari in cui, inevitabilmente, si ritroveranno essi stessi inseriti. E più che mai in queste ore d'attesa della discussione in seno al Consiglio di Sicurezza, dove ci si aspetta una Francia decisa ad imporre la condanna di Bashar el Assad per «gravi crimini contro l'umanità», il che spianerebbe la strada ad un intervento internazionale di tipo militare, gli Stati Uniti favorevoli ad una dura presa di posizione ma restii ad imbarcarsi in un'avventura bellica (dunque propensi a trovare una soluzione politica) e la Russia pronta a fare da argine con il suo potere di veto per proteggere l'amico d'antica data e il servizievole alleato siriano, destinatario di importanti forniture d'armi, e, in cambio, generoso ospite delle navi militari russe nella base mediterranea di Tartus. Le ipotesi che a Beirut circolano con maggiore frequenza sono queste: IL COLPO DI STATO 1) Un colpo di Stato, portato a termine da alti ufficiali sunniti e alawiti, costringe il presidente Assad ad abbandonare la scena, preservando l'equilibrio inter-etnico e inter-religoso tra queste due essenziali componenti del mosaico siriano. Questa possibilità avrebbe il vantaggio di restituire un ruolo dominante alla maggioranza sunnita, sottoposta da decenni al dominio della minoranza alawita, cui gli Assad appartengono assieme a buona parte dei vertici dell'apparato statale, risparmiando al tempo stesso la minoranza alawita della probabile vendetta da parte dei sunniti. Così, in sostanza, si eviterebbe il lento scivolamento della Siria verso il baratro della guerra civile. LA RUSSIA CONVINCE ASSAD 2) La Russia convince Assad a dimettersi e a cedere il potere ad un comitato di salute pubblica, ovvero, come prescrive il piano della Lega Araba, ad un governo di unità nazionale transitorio con il compito di tracciare una road map verso la democrazia. Ma quale sarebbe in questo caso il ruolo dell'esercito, dei potenti servizi di sicurezza controllati dagli Assad e delle milizie lealiste (shabiha)? L'ONU E LA NO-FLY ZONE 3) Si decide ( e chi se non il Consiglio di Sicurezza dell'Onu?) di instaurare una no-fly zone nelle province siriane lungo il confine a Nord-Ovest (Turchia) e a Sud (Libano, Giordania). Le conseguenze immediate sarebbero: un massiccio esodo della popolazione civile verso le aree protette, diserzioni in massa dell'esercito, penuria dei generi di prima necessità a causa delle sanzioni, escalation degli scontri tra i reparti fedeli ad Assad e la guerriglia degli oppositori che per armarsi non avrebbe più bisogno di ricorrere al contrabbando. LO SCONTRO INTER-RELIGIOSO 4) Le tensioni crescenti (il Consiglio Nazionale Siriano, che rappresenta i dissidenti all'estero, ha denunciato la morte di 100 persone, di cui circa la metà civili negli incidenti di lunedì scorso) degenerano ulteriormente in un violento scontro inter-religioso. La minoranza Alawiita sarebbe indotta a ritirarsi sulle montagne dove ha le sue radici. Ma anche le altre componenti, sunniti, sciiti, cristiani, kurdi, drusi cercherebbero di arroccarsi nelle loro zone protette. Sarebbe il dissolvimento della Siria come stato unitario fondamentalmente laico e il suo smembramento in diverse entità su base religiosa, una situazione troppo ghiotta per non sollecitare l'espansionismo israeliano che, dice il politologo Rami Khouri, potrebbe cercare di forgiare alleanze con una di queste minoranze, come fece in Libano agli inizi degli anni '80 con parte dei cristiani. Un progetto che sarebbe destinato a scontrarsi con i contrapposti interessi dell'Iran. IL CAOS NELLA REGIONE 5) La cosiddetta opzione di Sansone. Vistosi alle strette, il regime di Damasco potrebbe risolversi a istigare il caos nella regione attuando quello che è stata finora il principale avvertimento lanciato da Assad: se noi non potremo governare su una Siria unita, nessun paese vicino vivrà in pace e in sicurezza. L'IPOTESI PIU' NEFASTA 6) Il peggio, non previsto, deve ancora venire. ©RIPRODUZIONE RISERVATA