Rapita per farla abortire La prigione era nel Pavese

CAVA MANARA. Domani i sindaci di Cava Manara, Zinasco, Sommo, Carbonara al Ticino, San Martino, Travacò e Villanova si troveranno a Cava per capire se sia possibile attuare altre misure in vista della conferenza dei servizi perché la Regione non dia l'autorizzazione alla discarica di cemento amianto. E intanto le associazioni tornano a mobilitarsi: «Servizio pubblico per i cittadini o business privato? Chiediamo un piano provinciale per lo smaltimento dell'amianto», afferma Milena Catozzo dell'associazione per l'ambiente ed il territorio di Carbonara. «Stiamo esaminando il progetto di Risorse Future – prosegue –. Come ambientalisti siamo contrari a una discarica così vicino all'abitato, anche se adeguatamente trattato l'amianto non è pericoloso. Sappiamo che il materiale va eliminato dai tetti, ma vorremmo sapere se i nostri rappresentanti comunali, provinciali e regionali intendono difendere le esigenze dei cittadini e chiediamo fortemente un piano provinciale con individuazione di piccole discariche interrate, monitorate da comuni consorziati, con una quantificazione precisa del carico da smaltire per ogni singola discarica. di Maria Fiore wSAN MARTINO Avrebbe assoldato tre uomini perché sequestrassero e costringessero ad abortire una escort con cui aveva una relazione. Con questa accusa è stato arrestato, insieme ad altre quattro persone, tra cui un dentista di San Colombano che avrebbe fatto da mediatore, Marco Pracca, 58 anni, manager della Deutsche Bank Italia a Milano. Le indagini su questa vicenda hanno riguardato anche la provincia di Pavia. Perché la ragazza sarebbe stata tenuta nascosta, dopo il sequestro, in un casolare nelle campagne tra Cava Manara e San Martino. Il casolare ieri mattina è stato perquisito dai carabinieri, che avrebbero sequestrato alcune armi, tra cui una pistola. I carabinieri di Porta Magenta, che hanno operato con l'ausilio dei colleghi di Pavia, non hanno voluto fornire altri dettagli sul luogo del sequestro, per non compromettere le indagini che sono ancora in corso. Le accuse per tutti, a vario titolo, sono sequestro di persona a scopo di estorsione, porto e detenzione di arma. La vicenda, comunque, comincia in primavera. Il 6 marzo, la escort, 29 anni, italiana, viene sequestrata a Milano, in zona San Siro, nel box dell'abitazione di proprietà del manager, dove si era trasferita da qualche tempo. In quel momento, la ragazza è al settimo mese di gravidanza, dopo che in precedenza aveva già abortito un bimbo che il manager non aveva voluto. I tre esecutori, due italiani e un sudamericano, sarebbero andati a prelevarla nel box di cui avevano le chiavi, date loro dal dirigente bancario. La ragazza sta per parcheggiare la sua auto, quando viene aggredita e minacciata con una pistola e poi portata nel casolare di campagna vicino a San Martino, dove viene trattenuta per un paio di giorni. I sequestratori la liberano per motivi ancora da accertare, ma l'ipotesi più verosimile è che gli stessi presunti aguzzini sarebbero stati inteneriti dallo stato della donna e l'avrebbe lasciata andare. In ogni caso, l'obiettivo di spaventarla era stato comunque raggiunto. Per questo incarico, secondo quanto emerso dalle indagini, il manager aveva garantito una ricompensa, mai data, di 100mila euro sia agli esecutori che all'intermediario, il dentista di San Colombano che avrebbe messo in contatto il manager con coloro che avrebbero avuto il compito di prelevare la giovane. Gli inquirenti, coordinati dal pm Luca Gallio e dal procuratore aggiunto Piero Forno, ritengono che a spingere l'uomo a compiere questo gesto sia stato il desiderio di salvare la propria reputazione. Dopo averla fatta sequestrare dai tre uomini, avrebbe anche cercato di precostituirsi un alibi denunciando la scomparsa della ragazza e spiegando ai carabinieri di averla chiamata più volte al telefono. Lei, però, confida a una sua amica, dopo il rilascio, di essere stata rapita. Da qui partono le indagini. I carabinieri di Porta Magenta e i pm la convocano e apprendono la sua versione, che trova diversi riscontri oggettivi. Durante la prigionia, al primo piano del casolare di campagna, la vittima sarebbe stata anche costretta a girare un video nel quale dice di rinunciare al bimbo che porta in grembo. Un video che doveva servire ai rapinatori per mostrare al presunto mandante che la "missione" era stata compiuta. La ragazza, invece, non ha mai rinunciato al bambino, nato poche settimane fa. (Ha collaborato Chiara Riffeser)