«Paziente morto, il medico non lo visitò»
PAVIA L'autopsia, eseguita dopo l'esumazione della salma, aveva confermato che non era stato un infarto a uccidere, all'età di 69 anni, Alberto Barbarini, ma un edema polmonare. Una patologia che, secondo l'esposto presentato dalla famiglia dell'uomo, il medico curante non aveva diagnosticato perché era intervenuto quando era ormai troppo tardi. Per questa vicenda Franco Martini, medico di base con studio a Pavia che aveva in cura il paziente, aveva ricevuto un avviso di garanzia. Ora il magistrato della procura Roberto Valli ha deciso di chiedere l'archiviazione per omicidio colposo, ma di tenere in piedi l'indagine per omissione di atti d'ufficio nei confronti di Martini, che è anche consigliere comunale di Pavia dell'Udc. In altre parole, il medico di famiglia non avrebbe potuto forse fare nulla contro la patologia, ma, rimandando la visita senza offrire quindi all'uomo la possibilità di andare in una struttura ospedaliera adeguata, sarebbe venuto meno al suo dovere di medico. I fatti, per come erano stati ricostruiti dalla denuncia, sono in sintesi questi. Barbarini, che abita a Pavia, si sente male nella notte tra l'8 e il 9 di febbraio del 2011. Ha una tosse insistente e dolori al petto. Al mattino la moglie decide di chiamare Martini, che segue la famiglia da circa 30 anni. Telefonate che finiscono poi nelle mani del magistrato. Fatto sta che la visita, quel giorno, non viene fatta. La consulenza viene rimandata al mattino successivo. Ma Barbarini muore prima, alle 4 del mattino del 10 febbraio. Nel certificato di morte viene annotato «infarto» come causa del decesso. Ma secondo la relazione del consulente della procura, depositata pochi giorni fa, l'uomo sarebbe morto per un edema polmonare. Una patologia che, secondo il perito, può anche manifestarsi improvvisamente. Tuttavia, la relazione del consulente considera anche che la visita del medico, se fosse stata fatta, avrebbe consentito quantomeno di indirizzare il paziente verso una struttura ospedaliera. E forse salvargli la vita. «Questa considerazione lascia aperta una breccia nella valutazione delle responsabilità a carico del medico», spiega l'avvocato Carlo Dell'Acqua, che rappresenta la famiglia Barbarini (Martini è invece difeso da Massimo Mocchi e Alessanda Stefano). Ora i parenti potrebbero opporsi alla richiesta della procura, che dovrà essere valutata dal gip. L'accusa di omissione di atti d'ufficio, invece, resta in piedi. E chiama in causa il comportamento deontologico del medico. «Ma noi – dice il presidente dell'ordine dei medici Giovanni Belloni – non abbiamo ricevuto alcun esposto». (m. fio)