Specie rare e curiosità di storia naturale
di Donatella Zorzetto wPAVIA L'ippopotamo, il coccodrillo e le ossa di balena, attendono nella sala numero uno i visitatori con le fauci spalancate e gli occhioni fissi nel vuoto. Il primo dal '600, gli altri dal secolo successivo, sono passati di mano in mano, a partire da quelle di Lazzaro Spallanzani, che li catturò in uno dei suoi innumerevoli viaggi alla ricerca d'avventura e di specie da studiare. Che poi siano rimasti per 40 anni nel sottotetto del castello per "resuscitare" dopo gli opportuni restauri condotti dall'équipe del professor Giorgio Mellerio, che ne ha fatto l'attuale Museo di Storia naturale stipato in un capannone di via Guffanti 13, è cosa nota agli amministratori pavesi, i quali con l'Università stanno cercando una nuova sede per quei cinquemila reperti pressochè unici in Italia. Jessica Maffei, che dello staff di Mellerio fa parte insieme ai biologi -curatori museali Stefano Maretti, Edoardo Razzetti e Giuseppe Sanguini, annuncia l'apertura gratuita di quello spazio da domani, dalle 9 alle 12. Ciò significa che chiunque potrà visitare il museo in via Guffanti e vedere da vicino reperti che al tempo stupirono gli europei che mai prima di allora vi erano entrati in contatto. Com'è avvenuto per il gorilla, ora sistemato nella sala numero tre, che di anni ne ha circa 200, con le cicatrici che l'imbalsamazione non ha potuto cancellare sotto il manto scuro. Ad altezza naturale, con l'espressione minacciosa e fiera di chi sa di contare nella foresta, quel gorilla può vantare di essere uno dei primi ad aver varcato i confini dell'Europa. Non è molto distante dai due esemplari di leone berbero, sottospecie estinta, risalente al 1812, chiusi in una bacheca della grande sala attigua, e neppure dagli orsi coevi dal manto bianco, uno dei quali sgrana occhi da esemplare albino che gli sono stati applicati per sbaglio. In un angolo, tra gli uni e gli altri, stanno due condor andini, nati nel 1835, portati in Italia non si sa come da un esploratore. Emanano un fascino che solo la scienza può comprendere, invece, i due cavalli che occupano un'intera vetrina al centro della stanza, statue della seconda metà del '700 che mettono in evidenza la muscolatura degli animali così come voleva la Scuola veterinaria di Milano. Anche le zebre stanno in coppia, una delle quali, nata nel 1783, ha varcato il confine per gentile concessione del governo austriaco. Ha circa un secolo più di loro il chirù originario del Tibet, la cui particolarità è data dal fatto che dal suo sottopelo si può ricavare un tessuto preziosissimo. Esemplare che ha rischiato l'estinzione e non si trova facilmente nei musei . «In Italia collezioni così antiche le abbiamo solo a Pavia – spiega Maretti –. Torino e Milano, ad esempio, contano solo reperti dall'800 in poi. Abbiamo gli animali di Spallanzani, parliamo degli ultimi trent'anni del '700, in un museo strettamente legato a Maria Teresa D'Austria . Il recupero che ne abbiamo fatto negli ultimi cinque anni non è cosa di poco conto». Del "corredo" di Spallanzani fanno parte, infine, due giraffe, ora sistemate nella sede principale di piazza Botta con altri reperti della collezione, e circa 30mila pezzi di anatomia ancora imballati nel sottotetto del castello. Un valore stimato di circa 22 milioni di euro che attende di riacquistare dignità con il trasferimento in una sede opportuna. Attende anche l'ultimo arrivato, un lupo ucciso nel 2006 da un contadino con un fucile non registrato, che l'ha scambiato per un cane selvatico.