I sette "no" di Giorgio Bocca
PAVIA Cercare la verità senza avere paura e dirla senza mezzi termini. Fino all'ultimo è stato lo stile di Giorgio Bocca come dimostra il suo ultimo libro: il pamphlet "Grazie no" che esce nella Serie Bianca di Feltrinelli a meno di un mese dalla morte del giornalista e scrittore, avvenuta, a 91 anni, il giorno di Natale. Bocca ha fatto appena in tempo a vedere stampato il volume che ora è in libreria. E che l'autore ha voluto iniziare con il ricordo del suo approdo ultimo: la collina di La Salle in Valle d'Aosta dove la moglie Silvia, accompagnata da figli e nipoti, ha portato le sue ceneri. La Salle luogo del cuore (i nipoti hanno salutato lì il nonno leggendo anche l'ultima pagina del suo libro Il provinciale) che all'incipit del libro diventa spunto per tuonare contro chi concede al cemento di mangiare territori su territori. Dalla crescita folle all'idea che l'Italia sia senza speranza, Bocca denuncia le scorciatoie del pensiero unico e individua «sette idee che non dobbiamo accettare» invitando a rispondere con un liberatorio: «Grazie, no». «L'informazione, a forza di gonfiarla, di accelerarla, di urlarla, di imporla si è svuotata come una gomma forata, è un frastuono rimbombante e incomprensibile» dice Bocca nel capitolo dedicato alla fine del giornalismo. «Faccio parte, a sentire i servi del padrone, dei pessimisti apocalittici che discutono a vuoto e a vanvera, mentre quelli del partito del fare - continua - salvano il Belpaese. Apocalittico e oscurantista. Ma le cronache dei grandi eventi, delle grandi sciagure naturali sono lì a ricordarci che nè le avevamo previste nè le abbiamo evitate, e come saggiamente diceva Tacito, corriamo ai rimedi solo a disastri avvenuti, e non resta che raccogliere i guasti». Quanto alla televisione dice che «sul caso di Santoro messo "consensualmente" alla porta dalla Rai, si possono avere opinioni, simpatie o antipatie diverse, ma una cosa è certa: all'ex capo del governo gli oppositori, o anche solo quelli di diverso parere, non piacciono, e appena se ne presenta uno se ne sbarazza. Magari con il silenzio-assenso dei democratici a cui Santoro non è simpatico. Mentre i seguaci del sultano possono sopravvivere alle finte epurazioni e alle purghe di un regime che ogni tanto si rifà la faccia». Nel lungo elenco di cose a cui ormai ci siamo assuefatti e che passano sotto silenzio ci sono la crescita folle per soddisfare desideri e bisogni, a scapito dell'ambiente «in un mondo limitato con risorse limitate, con prospettive risibili di migrazioni spaziali». Nel «2050 saremo otto miliardi e ci vorranno tre terre per mantenerci» ricorda Bocca. Grande firma del giornalismo italiano, cronista di razza, Bocca nel suo ultimo libro riflette anche sulla corsa sfrenata alla produttività, considerata un «nuovo Dio», sul dominio del denaro, unico valore dominante che ti mette «al di sopra delle leggi e dei giudizi» e poi sulla corruzione e sull'impoverimento del nostro linguaggio. Ma il nucleo centrale del suo pensiero è l'esperienza partigiana. Bocca, originario di Cuneo, dove è nato nel 1920 da una famiglia della media borghesia, è stato tra i fondatori delle formazioni partigiane di "Giustizia e libertà" e ricorda l'unicità di quella stagione e la capacità degli italiani di trovare in loro stessi la forza di salvarsi quando l'Italia era sul punto di soccombere. «Dicono che io sia un inguaribile cultore della breve e interessante stagione partigiana, l'unica nella nostra storia in cui gli italiani ebbero veramente la libertà di decidere della loro sorte, e mi pare di notare che anche in questi giorni di nazionalismo trionfante ci sia una certa ritrosia a rievocare la guerra partigiana, come un peccato di libertà eccessiva dal potere dei vescovi, del denaro, delle classi» sostiene Bocca in questo pamphlet che è una sorta di testamento.