Genitori rifiutano il figlio perché affetto da nanismo
di Lorenzo Guiducci wROMA Sapere che quel bambino tanto desiderato sarebbe nato ammalato è stata una scoperta troppo dolorosa. Un'ecografia, fatta alla trentaduesima settimana di gravidanza, aveva infatti messo in evidenza una malformazione del feto, permettendo ai medici di stilare una diagnosi di acondroplasia, una forma di nanismo. Una scoperta che ha sconvolto i due giovani genitori, entrambi romani ed entrambi sui 30 anni, che hanno deciso di non tenere il bambino. Così lunedì scorso, giunta ormai alla trentottesima settimana, la donna si è presentata insieme al compagno alla clinica Città di Roma, nel quartiere Monteverde della capitale, chiedendo di essere ricoverata come «donna che non consente di essere nominata», una formula prevista dalle legge per le donne che non intendono tenere il bambino. E così è stato anche per i due giovani genitori che subito dopo il parto, avvenuto martedì, hanno affidato il bambino alla struttura ospedaliera. Il piccolo alla nascita pesava 3 chili ed era lungo 49 centimetri. Subito dopo la nascita ha avuto una crisi respiratoria in seguito alla quale è stato trasferito d'urgenza nell'ospedale Villa San Pietro. Le sue condizioni al momento non desterebbero preoccupazioni, anche se i medici non lo hanno ancora dichiarato fuori pericolo e stanno cercando di capire se può avere complicazioni polmonari. Buone anche le condizioni della mamma. La scelta di non riconoscere il bambino non comporterà per lei alcuna conseguenza penale, visto che tecnicamente il suo non è stato un abbandono. Proprio per tutelare la salute della mamma e del bambino, infatti, da anni in Italia la legge permette alle donne di affidare alla struttura ospedaliera il bambino se ritengono, per qualunque motivo, di non poterlo tenere. In questo caso la partoriente fa esplicita richiesta, al momento del ricovero, di essere registrata come «donna che che non consente di essere nominata» e il nome non compare neanche sulla cartella clinica. I suoi dati vengono invece inseriti in una busta chiusa conservata dal direttore sanitario per dieci giorni, trascorsi i quali vengono distrutti e nessuno può risalire alle sue generalità. Ed è esattamente quanto è accaduto nella clinica romana. «Mi auguro e faccio un appello affinché la madre di questo bambino ci ripensi e lo riconosca», ha detto ieri il vicesindaco di Roma Sveva Belviso, che nel pomeriggio si è recata in ospedale per visitare il neonato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA