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PAVIA «Le idee prendono forma, evaporano, si consolidano, si trasformano, mutano se stesse e chi le incontra, in una continua condivisione con persone, luoghi e tempi. Solo così possono spiccare il volo, altrimenti, senza condivisione, si fanno immobili come fragili cristalli»: è così che l'artista pavese Simona Morani presenta la sua opera-installazione intitolata "Dream of freedom", parte di un più ampio progetto dedicato al Tibet del curatore Ruggero Maggi, che ha debuttato ad agosto nel Padiglione Tibet alla 54° Edizione della Biennale di Venezia-Padiglione Italia, curata da Vittorio Sgarbi, ed oggi è ospitato nei 12mila metri quadrati della Sala Nervi di Torino. Il progetto del Padiglione Tibet , parallelo alla Biennale e patrocinato dalla Presidenza del Consiglio Regionale del Piemonte e dall'Associazione per il Tibet e i Diritti Umani del Consiglio Regionale del Piemonte, è stato pensato dal curatore come una goccia che contribuisce a «far traboccare il vaso colmo di indifferenza che si è creato intorno alla tragedia di questo meraviglioso paese dalle metafisiche vette» e consta di una serie installazioni multimediali "site-specific" dedicate al Tibet e di una rassegna opere realizzate direttamente sulla "khata", la tipica sciarpa (tipo pashmina) che in Tibet i monaci usano come forma di saluto. L'opera di Simona Morani è una khata bianca elaborata dall'artista con elementi applicati, che rappresentano simbolicamente il concetto di libertà di un popolo, attraverso la foto di un bambino che guarda verso il cielo con sguardo sognante, un aquilone di cannucce colorate ondeggiante, che esce dal supporto e rimane in balia del vento, e due scritte realizzate a mano con il punto catenella («l'ho imparato quando frequentavo le scuole delle Canossiane qui a Pavia, ora mi torna utile», dice l'artista): una è il titolo "Freedom" , l'altra, che recita "la nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri", è un tributo al Tibet, «il paese che non c'è», come l'ha definito Ruggero Maggi. Attaccata alla sciarpa, c'è anche un ultimo fondamentale elemento, un block notes dotato di penna e chiamato "Free zone" in cui lo spettatore può lasciare il suo pensiero. «L'opera d'arte in sé è incompleta – dice Simona Morani - solo con lo spettatore che la guarda si realizza quell'incontro necessario di emozioni tra l'artista e il fruitore, che rappresenta il vero soggetto dell'opera. In questo modo si annulla l'univoca interpretazione dell'arte, poiché l'incontro tra ciò che l'artista propone e ciò che lo spettatore recepisce, genera ogni volta un'opera diversa. Su quel taccuino rimane la traccia della relatività dell'opera arte». E se a Venezia l'installazione di Simona Morani si intitolava semplicemente "Freedom" e il taccuino era a portata di mano dello spettatore, nelle "Istruzioni per l'uso" dell'opera esposta a Torino, dove la sciarpa è appesa troppo in alto per poter subire qualunque intervento da parte dello spettatore, Simona Morani spiega che l'opera è stata ribattezzata "Dream of freedom": «Mutando il contesto e quindi l'allestimento, è venuta meno la possibilità di far lasciare allo spettatore il proprio pensiero, così che, ora, l'opera assume un ruolo puramente virtuale di evocazione dell'idea di libertà. Il primitivo concetto di libertà, come espressione di diritti ma anche di limitazioni (la nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri) si è perciò arricchito di un ulteriore significato simbolico: l'uomo ha la necessità di anelare alla libertà anche quando non esistono i presupposti fisici per realizzarla. Si chiama libertà di pensiero». Insieme a Simona Morani hanno partecipato a Padiglione Tibet altri 47 artisti, tra cui Dario Ballantini, celebre Valentino di Striscia la notizia. Il palazzo delle Esposizioni è in corso Massimo D'Azeglio 15. Ingresso libero, orari: dalle 14 alle 22 (chiuso lunedì), fino al 30 gennaio. (m.pizz.)