Il dietrofront farebbe fallire l'Italia in 7 giorni

di GIGI FURINI «Com'era bello quando c'era la lira». La nostalgia, si sa, è un sentimento duro da combattere. Soprattutto in questi tempi di crisi, con le pensioni e gli stipendi che valgono sempre meno, e invece la benzina che rincara. E allora, per tanti, soprattutto fra gli imprenditori, la colpa è solo e soprattutto dell'euro. Perché non tornare alla lira? Gli economisti sono concordi nel dire che, se l'Italia tornasse alla lira, potrebbe fallire nel giro di una settimana. Uno scenario da incubo. La nuova lira partirebbe svalutata di almeno il 50% rispetto al cambio attuale. La svalutazione verrebbe naturale perché nessuno si fiderebbe più dell'Italia (piena di debiti) e ci sarebbe un'immediata fuga di capitali. Non solo, ma la svalutazione sarebbe l'unico modo per rendere competitive le nostre merci all'estero. Però, con la svalutazione, ci ritroveremmo con 1 euro pari a 3.000 lire e, a questo punto, sarebbe impossibile pagare l'enorme debito pubblico (1.900 miliardi di euro) perché non avremmo sufficienti risorse. Il fallimento dello Stato, adesso va di moda chiamarlo default, porterebbe al fallimento di molte banche (esposte in euro con l'estero) e di molte imprese. Con la nuova lira, svalutata del 50%, potremmo senz'altro attirare più turisti in Italia ma dovremmo anche comprare petrolio. E il greggio, purtroppo, si paga in dollari. La benzina andrebbe alle stelle e, nel giro di poco, l'inflazione potrebbe toccare il 10%. Ci sarebbe, immediato, il problema delle pensioni. L'Inps, infatti, investe in titoli di Stato, ma se l'Italia va in default anche l'Inps resterebbe a secco e non sarebbe più in grado di pagare le pensioni. Molti economisti stimano che, un'uscita dell'Italia dall'euro costerebbe a ciascun cittadino 10milaeuro all'anno per almeno un decennio (gli italiani con gli stipendi ridotti non sarebbero più in grado di comprare le case, il cui valore subirebbe un evidente contraccolpo) e alcuni analisti di banche americane non escludono l'insorgere di disordini sociali. ©RIPRODUZIONE RISERVATA