Grandi imprese, bassa occupazione

di Vindice Lecis wROMA Oscurato da spread e Borsa il lavoro si scioglie. Evapora nel grande silenzio. Nel 2011 il numero dei disoccupati è cresciuto dell'1,8%, di 37 mila unità. E' una crisi che riguarda tutta Italia e devasta il tessuto produttivo. Molti i casi simbolo. Come alla Golden Lady di Faenza dove l'azienda giovedì ha annunciato un licenziamento collettivo al termine della cassa integrazione straordinaria. O a Porto Torres dove gli storici stabilimenti del Petrolchimico sono chiusi da mesi in attesa che parta la chimica verde. E riguarda la Fiat che ha serrato i cancelli di due storici stabilimenti: quello siciliano di Termini Imerese (rilevato dalla Dr motor) e quello irpino della Irisbus. Sono trecento i tavoli aperti al ministero dello Sviluppo - sospira Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil - E si tratta solo delle grandi vertenze. E' una strada lastricata dai nomi di aziende come l'Atr, la Rdb, la Montefibre, l'Agile, la Ciet, la Bames, la Oerlikon, l'Ideal Standard. Minacciate anche le punte d'eccellenza: alla Fincantieri usciranno 1243 lavoratori dal processo produttivo e chiuderanno due storici cantieri. Il 2011 è stato disastroso per l'occupazione. Nel confronto con ottobre 2010, conferma il rapporto diffuso ieri dall'Istat, le grandi imprese hanno perso lo 0,4% dei lavoratori. Ma l'anno che si apre sarà ancora peggiore commenta amaramente Fammoni. A fine novembre l'Istat ha diffuso dati allarmanti portando a 8,5% il tasso di disoccupazione ufficiale in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto all'anno precedente. Quello giovanile sfiora il 30%. Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuiscono dello 0,4% (circa 60 mila unità) ma proprio questo dato, sottolinea Fammoni, fa schizzare il vero tasso di disoccupazione al 13%. Aumenta la disoccupazione ma non i posti vacanti. Sono ormai mosche bianche le imprese che decidono di assumere e quando lo fanno ricorrono ai contratti a termine. Il blocco della produzione e dei consumi si ripercuote sull'occupazione in un circolo vizioso. La produzione industriale a novembre è calata dello 0,1% rispetto al mese precedente. Per tornare ai livelli pre crisi serviranno anni. Il Centro studi della Confindustria ha stimato in circa 19 punti percentuali la differenza produttiva rispetto all'aprile del 2008. L'anno si chiuderà con un calo di 3,4 punti. La crisi occupazionale coinvolge non solo l'industria e l'edilizia ma anche altri settori un tempo sicuri. E' il caso dei 5000 esuberi Unicredit. E' alta la preoccupazione sul versante degli ammortizzatori sociali. Troppe aziende stanno pensando di passare direttamente alla riduzione di personale - commenta ancora Fammoni - l'indennità di disoccupazione dura al massimo otto mesi e per moltissimi lavoratori è arrivata a conclusione. Nel 2012 assumerà dimensioni di massa. E che dire dei precari privi per legge di ogni forma di tutela?. Il sindacato chiede dunque il rifinanziamento degli ammortizzatori straordinari, interventi mirati per lo sviluppo e iniziative per ridurre il peso del fisco. Ma senza togliere i diritti, avverte Fammoni: E' insopportabile che si descrivano come privilegiati i lavoratori tutelati dall'articolo 18 e minacciati dagli stati di crisi. Che la situazione sia al livello di guardia lo dimostra il miliardo di ore di cassa integrazione raggiunto nel 2011. Quella ordinaria ha compiuto un balzo del 18%, quella strordinaria del 2,25%. A rischio sono 350 mila lavoratori. Il settore industriale è quello che risulta in maggiore difficoltà, scontando una scarsa competività internazionale (escluse le note punte di eccellenza) e inadeguata innovazione. Non è un caso che la richiesta di ore di cassa integrazione straordinaria per il 91,2% (fonte Ires) sia stata richiesta dal settore industria. Enorme è anche la richiesta di cig nel settore del commercio (111 milioni di ore). Primeggia la Lombardia (199 milioni di ore), seguita dal Piemonte (138 milioni), dal Veneto (80 milioni) e dall'Emilia-Romagna (74 milioni). Gli oltre 900 mila lavoratori coinvolti nella cgi dall'inizio dell'anno hanno rinunciato complessivamente a tre miliardi e quattrocento milioni di euro: a testa 7300 euro netti. Il 2011 è stato anche l'anno del braccio di ferro tra Marchionne e la Fiom. La Fiat ha esteso il modello Pomigliano a tutti gli stabilimenti in Italia scrivendo con Fim e Uilm un contratto ad hoc (dopo essere uscita da Confindustria): in cambio di un premio di risultato (bloccato da due anni) aumenta il carico di lavoro, ritmi e turni e si limita di fatto il diritto di sciopero. ©RIPRODUZIONE RISERVATA