Giorgio Bocca e Pavia Quando lottavamo per difendere la città
Ho un ricordo vivissimo di Giorgio Bocca che ha accompagnato il mio impegno politico e civile, scrivendo quando ha ritenuto di prendere posizione su vicende della mia amministrazione a Pavia (1973-80) sui miei rapporti all'interno del Psi e la mia uscita dal partito, sempre con grande chiarezza. Non ricordo bene l'anno, la mia amministrazione, la prima di sinistra in Lombardia, dopo quella di Mantova, era in grande attività e polarizzava l'interesse degli organi di informazione. Lo invitammo a un dibattito nella festa dell'Avanti a Pavia. Giorgio, socialista libero e libertario, alla fine dell'incontro e di un faccia a faccia, mi disse: "Trasformo in intervista quello che hai detto". L'indomani uscì sul Giorno un articolo a tutta pagina con questo titolo: "Pavia, una fabbrica di servizi sociali". Il mio pensiero era rispettato anche nelle virgole. Elezioni politiche del 1976. Il Psi era uscito malissimo dal voto, con uno striminzito 9,6%, il risultato peggiore del dopoguerra. La segreteria De Martino era in discussione. Alcuni giornali, Repubblica in testa, intervistarono intellettuali e giornalisti socialisti, senza tessera, chiedendo il nome del segretario da loro preferito, che avrebbe dovuto rilanciare il partito, e con mia grande meraviglia Bocca fece il mio nome. Io ero fuori dai giri romani, ma avevo il vantaggio, molto temuto, di essere conosciuto e popolare, anche all'estero, come sindaco di Pavia. Apriti cielo. Appena sono arrivato al Midas ho incrociato Giacomo Mancini che conosceva fin dal 1943 mio padre, iscritto al partito d'Azione. " Non sono affatto d'accordo con Bocca", mi disse senza peli sulla lingua, e poi: "Non puoi nemmeno entrare in direzione perchè come sindaco sei incompatibile". Giorgio, con la sua generosità, e la passione di avere un partito socialista molto diverso, non mi aveva reso un grande servizio. Il secondo episodio amministrativo è stato successivo e Giorgio scriveva già su Repubblica, fondata con Eugenio Scalfari. Pavia era stata una delle prime tappe di presentazione al pubblico del nuovo giornale, con la presenza di Eugenio. Io ero alle prese con la salvaguardia del centro storico e con il Piano Regolatore. Il proprietario di una lottizzazione di 13mila abitanti progettata da Alvar Aalto, che avevamo cancellato destinando i terreni a verde pubblico, aveva comprato un bellissimo palazzo del '700 con annesso parco, affacciato sulla sponda sinistra del Ticino. Avevo avuto informazioni sulla volontà del proprietario di modificarlo all'interno per ricavare appartamenti e mi ero subito attivato con il Pretore capo che mise i sigilli al palazzo e con Spadolini, ministro dei beni culturali. Il ministro era introvabile e dalla sua segreteria non rispondeva nessuno. Allora ho pensato a Bocca, gli ho telefonato. Si precipita a Pavia. L'indomani apro Repubblica e leggo un articolo, anche questa volta a tutta pagina, dal titolo:" Il ministro dell'Italia Loro". Bellissimo. Non era passata mezz'ora che mi chiama Spadolini. Il ministro era furibondo con Bocca. Io l'ho stoppato e gli ho detto che lui sapeva bene che i titoli li fa il direttore e poi: "Ministro, dovrebbe ringraziarmi perchè io sto cercando di salvare un bellissimo palazzo del '700 e dovrebbe essere lei a farlo". A quel punto Spadolini si è calmato e mi ha chiesto se potevamo fare un comunicato congiunto per difendere quel bene culturale . Così fu. Quando, nel 1981, decisi di uscire dal Psi con altri esponenti in polemica durissima con Craxi, uno dei pochi che ci difese fu Bocca il quale scrisse che eravamo credibili sul piano personale e politico. E anche senza truppe e potere, il Psi avrebbe fatto bene a riflettere sulla nostra decisione, perchè ignorando la nostra battaglia sulla moralità della politica, si sarebbe condannato a una brutta fine. E così fu. Addio, caro Giorgio, grande giornalista e combattente per la libertà, la giustizia e la moralità della politica.