E' SEMPRE L'ITALIA CORPORATIVA
di VITTORIO EMILIANI Non è un caso se Mussolini, chiusa la Camera democraticamente eletta, la sostituì con una Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Ottant'anni dopo, il politologo Edmondo Berselli parlò, acutamente, di un neo-corporativismo collante del berlusconismo. Pier Luigi Bersani, con le famose "lenzuolate", ottenne taluni successi che, guarda caso, il Berlusconi III ha voluto in ogni modo sterilizzare. Mario Monti che, Davide europeo, affrontò con coraggio e successo Microsoft Golia, promette di andare avanti nelle liberalizzazioni. Per ora tuttavia si ferma a metà o le rinvia. Per gli Ordini professionali la norma che ne imponeva la decadenza strutturale, in assenza di una legge "liberale" di riassetto, risaliva ad agosto, ma è intervenuto un provvidenziale emendamento "salva-Ordini" Pdl e Pd. Più tardi, da Bruxelles, il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha assicurato che il cammino riprenderà dal "primo giorno utile di gennaio". Vedremo. Certo, avvocati, architetti, ingegneri, commercialisti, notai e, diciamolo, giornalisti sono in assetto di guerra. Molti anni fa, organizzai un convegno sull'Ordine dei giornalisti, relatore, Umberto Terracini. Domanda: aveva senso un Ordine di lavoratori (per lo più) dipendenti? Fummo trattati da eversori. In compagnia di quel Luigi Einaudi che, nel '45, aveva bocciato senza mezzi termini l'Albo mussoliniano da cui sarebbe nato, nel '63, l'Ordine, ostetrici Gonella e Missiroli. Perché liberalizzare l'accesso alle professioni riducendo gli steccati corporativi? Intanto perché è giusto "in sé" farlo. Poi perché i "capaci e meritevoli" hanno il diritto di entrare nei vari mestieri anche se non sono "figli di". Infine perché, nella distribuzione e nei servizi, da una parte la concorrenza crea per gli utenti condizioni migliori (di reperibilità e di prezzo) e dall'altra apre nuovi posti di lavoro. Secondo le notizie più recenti, le licenze dei taxi non saranno liberalizzate, per ora. Né i gestori di pompe di benzina potranno rifornirsi presso qualunque produttore o rivenditore. Così, senza liberalizzare i rifornimenti (almeno al 50%) e in presenza di tasse elevate, ci terremo il carburante più caro d'Europa. Con tanti saluti alla concorrenza. Il caso storicamente più antico riguarda i farmacisti privati. Attraverso la loro storia si potrebbe scrivere quella del Paese. Nell'Italia pre-unitaria alcuni Stati, i più "europei", praticavano il libero esercizio; in altri invece il farmacista "comprava la piazza", la rivendeva, la trasmetteva in eredità. Vinse quest'ultima legislazione, corporativa e protettiva. Nel 1913 i socialisti Turati, Treves e Prampolini, ingaggiarono una bella battaglia parlamentare per ridurre l'indice farmacie-popolazione e per aprire farmacie municipali. Su queste ultime ottennero un successo e a Reggio Emilia esiste tuttora una vasta rete di farmacie municipalizzate con tanti servizi aggiuntivi. Sul fronte generale però vinse la "corporazione degli speziali" e Giovanni Giolitti disse ironicamente all'oppositore Treves che, se riteneva che i farmacisti avrebbero sacrificato un po' del loro interesse per quello più generale, avrebbe "differito il problema, non alla futura legislatura, ma alla Valle di Giosafatte…" Difatti il fascismo rinsaldò i privilegi dei titolari rendendo la farmacia o le farmacie ereditabili da un nipote "purché iscritto al Ginnasio". Soltanto a metà degli anni '60 il centrosinistra riformò il settore fra accesissime proteste. Poi la liberalizzazione di Bersani. Ora doveva essere estesa ai farmaci di fascia C con obbligo di ricetta: circa 2 miliardi di valore, con un risparmio (secondo Federdistribuzione) di 250 milioni per gli utenti. Speriamo di arrivarci, un giorno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA