«Stop bar in centro? Ora è tardi»

di Simona Bombonato w BRONI Il 60% dei bar tira a campare grazie ai videopoker, che con una resa di un migliaio di euro ogni 20 giorni compensano (in parte) gli incassi dimezzati degli ultimi due anni. Ma la coperta è sempre più corta. Perchè se i clienti sono calati, a maggior ragione non fa bene avere in fianco un altro bar, e nel raggio di poche decine di metri un altro e un altro ancora. Broni ne conta 8 solo in zona piazza Vittorio Veneto. Vietare le nuove aperture? Potevano pensarci prima, commentano gli operatori. Dietro ai 46 bar di Broni - cifra che il Comune spera di fermare impedendo per il futuro le nuove aperture in centro - c'è da un lato l'élite dei locali storici da 300 caffè al giorno e degli aperitivi che coprono da soli il 25% della settimana. Dall'altro, ci sono i bar dei videopoker, quelli che patiscono la concorrenza dei vicini di vetrina o che, molto semplicemente, a fine mese fanno fatica a chiudere in pari. L'esercito dei 46 bar ha due anime. Già le vetrine dicono molto. I tavolini occupati o meno nell'ora di punta spiegano il resto. Negli anni migliori andavano due chili e mezzo di caffè al giorno – interviene Miriam Masi, 36 anni, del bar Sport, via Emilia – Adesso ne basta la metà. Io ho le macchinette ma sono finiti i tempi degli incassi, al bar resta ben poco. La situazione è questa, con l'aggravante dei concorrenti che spuntano come funghi. Ma sbaglia chi lo considera un posto sicuro. Per incrementare gli affari, oltre la metà dei baristi si è fatto installare le slot-machine, di quelle che funzionano con le monete e che il Comune autorizza una volta verificato il rapporto con la superficie del locale (per una macchinetta servono 15 metri quadri, 50 per due, fino a un massimo di quattro). Oppure i videopoker Vlt in cui si giocano direttamente la banconote. In questo caso le vincite sono più alte e l'autorizzazione non dipende dal Comune, ma dalla prefettura. Le macchinette non rendono più – nota un altro commerciante – Primo: rischi che ti facciano danni al negozio per rubarle. Secondo: a te barista resta il 15% dell'incasso, ma solo dopo averlo diviso con il gestore delle macchinette. Il 70% va in vincite, il 15% allo Stato. La situazione è questa. Però aiutano, inutile negarlo. Sette clienti su dieci prendono il caffè e non escono senza aver puntato qualcosa. Al Cafè Indipendenza, bar storico in fianco al municipio, Mario Truddaiu, 44 anni, ne fa una questione di professionalità. Non si improvvisa in questo mestiere – premette – La gente cerca professionalità, soprattutto in un momento in cui girano meno soldi. Bisogna essere all'altezza delle aspettative e mettere in conto che le spese sono alte. Un dipendente in regola ti costa 45mila euro l'anno. Perciò i tanti che aprono per non restare senza lavoro non durano più di qualche anno, a volte più di qualche mese. In piazza Vittorio Veneto, Giuseppe Truddaiu, 57 anni, del"Tempo prezioso". Lo stop alle licenze dei bar? Inutile, secondo lui. Troppo tardi – dice – Negli ultimi tre anni ne hanno aperti 4, e l'anno prossimo a cinque metri da me aprirà una gelateria. Peccato che qua attorno siamo in otto a vendere gelati. Mi sono fatto i conti in tasca: avrò 5mila euro l'anno in meno. Poco più avanti si incontra il Light Cafè. Michela e Davide Bolognesi, due fratelli di 29 e 18 anni, sono alle prese con gli aperitivi. Spesso sento dire ai clienti: "Se resto a casa apro un bar". Il risultato – continua Michela – si vede a Broni. Siamo la metà di mille e tanti cambiano gestione in continuazione. Non è uno scherzo fare questo mestiere. Io ho cinque anni di esperienza eppure è un aggiornamento continuo, anche dal punto di vista della gestione delle spese e delle richieste di finanziamento. Tutti pareri che se non mettono in discussione l'aspetto del Regolamento del commercio che il municipio vuole introdurre entro l'estate, dubitano che lo stop alle licenze possa a questo punto servire a qualcosa. L'assessore Antonio Riviezzi fa un distinguo: Non facciamo confusione: il mercato dei bar è libero per disposizione europea recepita dal decreto Bersani. Stiamo cercando di fare qualcosa, ammesso si possa.