Manovra per stare a galla ma non basta per tornare a nuotare

Le lacrime di Elsa Fornero sono vere. Bisogna riconoscere che le donne hanno il coraggio delle proprie emozioni. C'è una fatica del governare che talvolta deborda e meno male che questa volta sia toccato ad un gruppo di persone per bene e di sicura competenza quale è il governo Monti. Però non saranno meno autentici i patimenti di molti italiani nei prossimi mesi e anni. Siamo in brutte acque e la manovra approvata, al più, ci tiene fuori la testa. Alla prossima ondata andiamo sotto. E' la quarta manovra in sei mesi. E' il passaporto definitivo per la recessione. Interventi per investimenti e ripresa della domanda si individuano nella deducibilità dell'Irap, nel bonus ricerca e in uno sconto fiscale per la capitalizzazione delle società. Non granché, neppure se aggiungiamo le liberalizzazioni, tra le quali la non fondamentale abolizione degli orari dei negozi. E' invece esorbitante il contenimento di spesa pubblica e redditi privati operato nella previdenza, nella tassazione e nei tagli ai governi locali. Poteva il Gabinetto Monti comportarsi diversamente? Probabilmente sì, almeno in materia di evasione. Il limite dei mille euro per le transazioni è troppo alto. Serve ridurlo a 200 o 300, naturalmente con gratuità delle operazioni bancomat. Le banche sono state estranee a una scelta così rinunciataria? E forse si poteva osare di più anche a proposito di attività finanziarie, anche perché il bollo dell'1,5% sui capitali scudati si presenta di incerta tenuta giuridica. In realtà, Monti, se poteva far meglio, certo non poteva uscire, con una sola manovra e dopo solo due settimane, dalla cultura politica ed economica che ha condotto a un'Unione monetaria imbelle e che, ancor oggi, tiene fermo il pareggio al 2013, richiede privatizzazioni e deregolamentazioni, predica la flessibilizzazione del lavoro. Il tutto nonostante l'evidenza dica che il debito non diminuisce se non cresce il Pil, le liberalizzazioni non determinano percepibili vantaggi neppure in settori quali assicurazioni e banche, le privatizzazioni sono regali a operatori che passano dai più incerti profitti alle più sicure rendite di monopolio, il precariato dilagante scassa la società senza produrre stimoli innovativi. A questo punto ci sono due temi che vorremmo veder sviluppati. La crisi parte dalla finanza privata. Negli anni '30 venne approvata una normativa (il Glass-Steagall Act) che vietava agli istituti finanziari di mescolare attività creditizia e speculazione. Negli anni '80 e '90 è stata abolita sulle due rive dell'Atlantico, ma di recente essa è stata reintrodotta dalla Gran Bretagna, che deve più del 10% del Pil all'"industria" finanziaria. Anche come esempio da far valere, spetta proprio al governo Monti operare nello stesso senso. La crisi poi deriva da una culpa in facendo, da addebitare alla destra che è stata a lungo al governo, e da un peccato di omissione, da addossare alla sinistra che è stata zitta. Vanno ripresi i valori dell'uguaglianza e dell'identità europea. Pur in presenza di un governo tecnico la parola ora passi alle grandi visioni di cui solo la politica (vera) è capace.