«Il dialetto, la nostra lingua del cuore»
PAVIA Un salto all'indietro e ci troviamo nel 1938. Agostino Faravelli, ora poeta dialettale pavese, allora bambino delle elementari, al primo giorno di scuola rispose al padre che gli chiese com'era andata: «Papà, la mè maestra l'à stranera perchè inveci che incò la disa "oggi"». E' uno spaccato della terra pavese d'altri tempi, che Faravelli ha messo e continua a mettere nelle sue poesie. «Raccontano tutte della Pavia vecchia e di quella di oggi – spiega –. Il dialetto si presta perchè con frasi brevi e coincise ci consente di essere sintetici e nel contempo poetici». Un linguaggio composto da parole che si possono trovare nel "Nuovo vocabolario pavese-italiano", oggi in edicola. L'obiettivo di tenere caro un tesoro che la terra pavese ha prodotto e rischia di perdere è anche quello di Rino Zucca, che di poesie dialettali ne ha scritte circa 800, e del quale ha avuto successo specie l'ultima pubblicazione: "A spasi per i paes d'la pruincia d'Pavia", che dedica un'ode ad ognuno dei 190 Comuni del territorio. «In casa nostra abbiamo sempre parlato in dialetto – spiega Zucca –. Mia mamma non sapeva una parola di italiano. Nonostante facesse la lavandaia prestava servizio a casa di professori e avvocati, e li capiva lo stesso, e loro capivano lei. Ma quando andavamo a scuola, apprendere la lingua italiana risultava abbastanza difficile. Poi ci siamo impegnati ad insegnare l'italiano ai figli perchè andassero a scuola preparati». «Il risultato è stato a volte paradossale – prosegue Zucca –. Cioè accadeva, e succede ancora, che si "italianizzi" il dialetto».» Il terzo poeta pavese, ex professore universitario in pensione, è Giacomo Veniale. Che assicura: «Sono pavese spudà", sono nato al San Matteo quando si trovava ancora nei palazzi dell'Università». E prosegue: «Qualcuno crede che non parlare in dialetto dia importanza di ceto sociale, ma non è affatto vero. Da qui viene la disabitudine al dialetto, che si impoverisce sempre più. Rimagono comunque alcune isole felici, ad esempio in Borgo. Io, che ero professore universitario, agli amici ingegneri che lavoravano in giro per il mondo parlavo in dialetto. Ora il problema è quello dei giovani, che ne stanno perdendo le tracce. Ma io non mi fermo: sto scrivendo un libretto sui termini pavesi doc».