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VOGHERA Dopo la rinascita negli anni Trenta, con l'assorbimento dei cugini della Croce Verde, la Croce Rossa vogherese affronta la sua prova del fuoco negli anni della Seconda guerra mondiale. Con l'ingresso dell'Italia nel conflitto (10 giugno 1940), la Cri viene militarizzata. L'ex convitto nazionale Umberto I di via Plana (oggi sede degli uffici giudiziari) viene utilizzato come ospedale militare di riserva, diretto dal maggiore medico Antonio Tizzoni e provvisto di quattrocento i posti-letto. Risparmiata dai bombardamenti aerei alleati nella fase iniziale della guerra, Voghera viene duramente colpita dopo il 1943. Il giorno più terribile è il 23 agosto 1944, il pesante raid all'imbrunire provoca 79 morti, devastando interi quartieri. Colpita duramente anche la sede della Cri, allora in piazza Meardi, ereditata dalla Croce Verde. Sotto le macerie rimane il milite Umberto Bruni. Nonostante la mazzata, la palazzina semidistrutta, le autolettighe Bianchi e Balilla inutilizzabili, le tensioni e i morti della guerra civile, la Croce Rossa continua la sua attività. Il 27 settembre Vittorio Gavina, storico presidente della Cri, dal suo rifugio di Cascina Romito a Casteggio, scrive al commissario prefettizio Zanicotti rassicurandolo sulla volontà di proseguire l'opera di soccorso della cittadinanza: «Subito dopo l'incursione del 23 agosto, malgrado le condizioni disastrose della sede, l'assistenza fu compiuta nel limite del possibile per i molti feriti leggeri...La sede venne adibita a sosta dei feriti gravi in attesa dello smistamento. Il pronto soccorso fu quindi ed è in attività nella possibilità del personale infermiere che deve dedicare la sua attività anche per gli ambulatori comunali sfollati». Ma i guai non erano finiti. Il 25 ottobre di quell'anno tragico, l'autoambulanza Balilla, appena rimessa in funzione e partita per un trasporto ammalato a Volpedo, non fa ritorno a Voghera e del personale, annota il commissario Gavina, «non si hanno notizie». Nel frattempo, la Cri lascia provvisoriamente piazza Meardi martoriata dalle bombe per trasferirsi all'Istituto di maternità di via Milano (oggi via Don Minzoni), dove avrebbero trovato asilo anche il Pronto soccorso cittadino e gli ambulatori comunali, prima sistemati alla colonia elioterapica (ora Auser, nell'area del centro natatorio Dagradi).