Bixio, imprese e ombre del vice di Garibaldi
PAVIA Dici Nino Bixio e subito pensi a quella frase sussurratagli da Garibaldi alla battaglia di Calatafimi (Qui si fa l'Italia o si muore) e alla sanguinosa repressione dei moti di Bronte. Nell'immaginario popolare, il vice dei Mille è l'ex repubblicano convertito alla causa monarchica, come Crispi e in parte lo stesso Agostino Depretis, che non esita ad armare i fucili delle giubbe rosse per difendere i latifondisti siciliani dalla jacquerie contadina: la rivoluzione che non può permettere di essere scavalcata a sinistra, nel 1859 come nel 1921, quando Lenin e Trotzky giustiziano senza pietà i marinai di Kronstadt, pure decisivi, quattro anni prima, per la riuscita dell'Ottobre e l'avvento al potere dei bolscevichi. Ma Mino Milani, con il suo Vita e morte di Nino Bixio, vivace biografia opportunamente riedita da Mursia nel centocinquantesimo dell'Unità d'Italia, ci racconta che il patriota genovese fu molto più e qualcosa di diverso del ritratto necessariamente sommario e semplicistico con cui è passato alla Storia. Un personaggio dagli echi conradiani, per quella sua perenne vocazione all'avventura, che lo porta infine a morire a Sumatra, Indonesia, nel 1873, a soli 52 anni. Uomo di mare, dagli accenti salgariani, con il suo peregrinare per l'Oriente, nelle acque dei pirati della Malesia e dei tigrotti di Mompracem. Ma anche generale dell'esercito, che ben si comporta a Custoza, 1866, Terza guerra d'Indipendenza, una delle (purtroppo) non rare pagine nere della nostra storia militare, la sconfitta madre delle rivalità e delle gelosie ai vertici dell'esercito post-unitario: Lamarmora contro Cialdini. Bixio – ricorda Mino Milani - respinge più volte gli assalti degli ulani asburgici, vorrebbe accorrere dove tuona il cannone ma obbedisce agli ordini, difende le posizioni e poi si ritira amareggiato. E quando Govone lo propone per la carica di capo di Stato maggiore, re Vittorio storce il naso, memore del suo passato sovversivo. Bixio è ligio alle consegne - sottolinea l'autore - anche a Bronte. Garibaldi non può permettere una rivolta nelle retrovie, meno che mai l'assalto ai feudi e alle terre di proprietà di quell'Inghilterra le cui navi devono garantirgli il passaggio sicuro dello Stretto di Messina. E allora manda a sistemare le cose il fedele luogotenente. Che fucila, sì - cinque i condannati a morte - ma senza gli eccessi che gli saranno attribuiti da certa storiografia quantomeno ingrata nei suoi confronti. (r.lo.)