Bocca, il "secolo breve" di un cronista nella storia
MILANO Pavia è una città importante. E' molto più lombarda di Milano, meriterebbe di essere la capitale della Lombardia. E lo è stata. Ecco la sua ricchezza. Che ricordi anche oggi della città sul Ticino. Che dolci e forti ricordi insieme di quella strada che da Milano corre lungo il Naviglio per venire fin qui. Li snocciola così Giorgio Bocca seduto nel suo studio nella casa di Milano a due passi da Santa Maria alle Grazie, dall'Ultima Cena di Leonardo, l'artista che spesso viaggiò tra Milano e Pavia all'epoca dei Visconti, la sua epoca. L'occasione dell'incontro è quella dell'uscita di un libro-dvd per Feltrinelli (titolo La neve e il fuoco, a cura di Luca Musella e Maria Pace Ottieri) nel quale il giornalista e scrittore, che ha compiuto 91 anni lo scorso 28 agosto, rievoca momenti e sentimenti della vita e della professione. La sincerità con cui Bocca si racconta – dice Maria Pace Ottieri che, quasi invisibile presenza, ha sollecitato ricordi, testimonianze, riflessioni – è tutt'altro che disarmata e disarmante, è la qualità del suo rapporto con il mondo, il suo tratto più proprio, stile e mai maniera. Giorgio Bocca è così. Diretto. Di poche parole che puntano a cogliere l'essenziale, l'indispensabile. Il film-ritratto di una vita, dalla Resistenza fino a Berlusconi e oltre, si svolge all'interno della stanza di libri, di carte, di strumenti di lavoro che – dice lui stesso – gli sono indispensabili. In montagna? Sì, ci vado. Ma meno volentieri di una volta. Quello che mi dispiace è non poter camminare. E allora? Meglio stare qui a Milano dove ho più strumenti di lavoro. A Milano l'atmosfera, sottolineata dal ron ron dei due gatti di casa, che passeggiano noncuranti tra le file di scaffali perpendicolari al tavolo di lavoro dello scrittore, e non appaiono per nulla disturbati dall'andirivieni di telecamere e tecnici, è propizia per lasciare il giusto spazio ai racconti che hanno richiesto diversi giorni di riprese e si condensano in un narrare che prende chi si mette davanti alla tv. Si tratta di ascoltare un protagonista del nostro Novecento. E conquista subito la passione di quella storia che parte per forza dalle montagne, dalla neve e dal fuoco appunto. Da Cuneo, per passare quasi subito alla lotta partigiana che trasforma l'adolescente in uomo. La cosa più bella della lotta partigiana – dice Bocca davanti alla macchina da presa – è stata la coincidenza tra fare una cosa meritoria e fare anche una cosa divertente. E' difficile ammetterlo, perché so che non è corretto dirlo. C'era il rischio di morire, è vero – continua lo scrittore – ma da giovane credi di essere immortale e non pensi mai di rimetterci la vita... . L'uccidere, il morire? A un certo punto pensai che l'unico modo per definire la guerra partigiana era che si trattava di una guerra per non fare più le guerre. La riflessione non finisce qui. La Resistenza? E' stata una grande esperienza, ma anche una grande illusione. Noi avevamo scambiato la guerra partigiana per una cosa che rappresentava tutto il Paese, e invece non era così. Quanto all'effetto della Resistenza? L'effetto benefico della guerra partigiana è durato quasi 50 anni, fino al berlusconismo. Un lungo capitolo quello della Resistenza che, nella lunga intervista, lascia, subito dopo, spazio a illusioni e delusioni del dopoguerra. Per Giorgio Bocca arriva il tempo di passare dalla Torino della Fiat alla Milano del giornalismo e dopo l'incontro con la città dei Savoia ma soprattutto degli Agnelli, ecco l'incontro con la borghesia della capitale lombarda. E' il momento per lo scrittore di raccontare le esperienze del cronista. Compreso il viaggio nella provincia d'Italia. Che comincia da Vigevano. Ecco allora rievocato l'incontro con Mastronardi, il reportage sulla Vigevano capitale delle scarpe in Italia: ventimila operai, mille fabbriche . E l'accusa: Mastronardi è stato ucciso da Vigevano, praticamente. A cui oggi Bocca aggiunge: A Vigevano, dopo quell'articolo volevano picchiarmi. Hanno scritto cose di fuoco contro di me. La narrazione va avanti. Ancora incontri, visi, conversazioni, ricordi. Ecco uomini e donne, che hanno contato nella storia del secolo scorso e di questo che ha voltato l'angolo del primo decennio. E' tutto da ascoltare l'incontro con il Sud e i suoi protagonisti. Bocca non tace nulla. Ha parole dirette, sempre graffianti. Indispensabili. Dice Maria Pace Ottieri: Quel "così nel mio parlar voglio esser aspro" di Giorgio pare il più delle volte una pudica copertura dietro a cui si nascondono la meraviglia, la curiosità, l'empatia e persino la tenerezza per il genere umano. (p.f.)