Detti e spiriti della parlata d'un tempo

Sarà in edicola sabato con "La Provincia Pavese" il secondo volume della collana "La lingua pavese", volume intitolato "Detti e spiriti della parlata pavese", di cui è autore Ettore Galli (Edizioni Selecta, pagg. 218). Si tratta di "una raccolta illustrata di frasi, espressioni, motti arguti, sentenze, ecc. divisi per argomento", con testo dialettale e con versione in italiano . Quello previsto per sabato è il secondo appuntamento con i quattro volumi dedicati alla lingua pavese. Dunque, dopo i "Proverbi pavesi", in edicola sabato scorso, tocca a "Detti e spiriti della parlata pavese". Il libro si potrà acquistare esclusivamente in abbinamento con "La Provincia Pavese", some supplemento al giornale in edicola a 9,90 euro, più il prezzo del quotidiano. Il nuovo libro dedicato alla lingua nostrana viene definito dall'autore un saggio di quella sapienza che il popolo pavese nostro esprime per mezzo di locuzioni dense di pensiero, vive ed argute insieme, materia raggruppata sotto 13 titoli. di Donatella Zorzetto wPAVIA Cosa rimane del dialetto pavese? Molto sulla carta, poco nella tradizione orale . Parola di Silvio Negroni, leader dei Fiö d'la nebia, gruppo musicale che esporta Pavia nelle proprie canzoni e che con il dialetto ha un rapporto particolare, di lavoro ma soprattutto d'affetto. Fino ad ora abbiamo scritto un centinaio di canzoni, per tre quarti in dialetto – dice –. Pure i bambini vengono a vederci, anche se non capiscono nulla. Quindi il dialetto pavese ha perso smalto... Direi di sì. Penso che la nostra generazione, nata nel dopoguerra, in città sia forse l'ultima a parlare il dialetto quando si trova tra amici. Ma dico anche che è stata colpa nostra se non abbiamo trasmesso il dialetto ai figli. Questo ha comportato la perdita della lingua pavese nel tempo. E perchè non l'avete trasmesso? Un po' per snobbismo e un po' perchè la scuola ci diceva di non parlare in dialetto sennò non avremmo imparato l'italiano. Cosa rimane della lingua? Alcune frasi fatte, espressioni note. Ad esempio? Mandare a quel paese una persona in italiano e in dialetto sono cose diverse. Mi riferisco al classico "va da via...". Poi c'è "Dai, movat", che fra l'altro è anche titolo di una nostra canzone, oppure "Sta sü da dos", o " anduma". Il dialetto pavese è ritmico. Si adatta bene soprattutto alla musica ritmata. Ci sono detti sopravvissuti nel tempo? Certo non mancano. Ad esempio "Mi sto in bürg", serve a indicare la propria estraneità a certe cose. Ma i giovani lo usano poco. Ne conosce altri? Uno che mi piace molto è "Un dutur dal lela", che indica un medico incapace. La spiegazione è curiosa: a Pavia nel periodo della guerra c'era una organizzazione sanitaria che si chiamava "De Lellis", formata da volontari non laureati, diciamo non professionisti. Un altro detto da ricordare è "La fa me Rusina", per indicare, ad esempio, una medicina che non da benefici. La spiegazione è questa: Rusina aveva un marito con una gamba di legno. E quando gli faceva male lei gli spalmava la pomata. Quanto incide il dialetto nel vivere quotidiano pavese? Dipende dalle età: nella mia generazione incide per il 40%; tra i giovani di paese è conosciuto per il 50%, mentre in città si scende al 20%. Ha mai parlato il dialetto all'estero? Sì, mi è capitato a Siviglia. Per caso ho incontrato un pavese e abbiamo cominciato a chiacchierare come vecchi amici.