«Figaro, un Barbiere con il chewingum»
PAVIA E' un "Barbiere di Siviglia" fuori dagli schemi tradizionali, dai tempi e dai luoghi canonici quello che Federico Grazzini - classe 1982, ex attore poi regista diplomato alla scuola d'arte drammatica Paolo Grassi di Milano - porterà in scena al teatro Fraschini giovedì 24 e sabato 26 novembre come produzione del nostro teatro insieme all'As.Li.Co. E' una bella sfida. Lui, il giovane regista toscano, che da giorni è chiuso in teatro a provare, assicura: Lo spettacolo non vuole essere una provocazione. In realtà la sua versione del capolavoro rossiniano trasferisce l'azione e i personaggi nell'America degli anni Cinquanta in una città dell'Ohio che si chiama Siviglia. Dell'opera originale, oltre alle musiche – con l'Orchestra de "I Pomeriggi Musicali" diretta da Matteo Beltrami - rimangono ovviamente fermi la vicenda e i personaggi: il Conte d'Almaviva (Edgardo Rocha, tenore), innamorato della bella Rosina (Concetta d'Alessandro, contralto) e ostacolato nel tentativo di conquistarne il cuore da Don Bartolo (Omar Montanari, basso buffo) - anziano tutore della giovane che segretamente cova gli stessi intenti dalla vicenda - si rivolge a Figaro (Marcello Rosiello, baritono), barbiere di Siviglia e factotum, perché questi lo aiuti a conquistare Rosina, con stratagemmi fantasiosi. Tra inganni, equivoci e rivelazioni, alla fine, l'amore del Conte e Rosina trionfa sulla prepotenza di Don Bartolo, grazie al genio di Figaro. Ciò che cambia nell'allestimento, spiega Grazzini, è la tipologia dell'individuo all'interno della società. I personaggi, inoltre, vengono calati in un nuovo tempo e in un nuovo luogo, quest'ultimo reso in chiave moderna da situazioni di ordinaria quotidianità tipiche dell'America degli anni'50 con una scenografia minimale di Andrea Belli, i costumi dai colori simbolici di Valeria Bettella e alcuni interventi di meta-teatro (ovvero artifici teatrali con i quali, all'interno della rappresentazione, va in scena un'ulteriore azione). Grazzini, perché mai rivisitare "Il Barbiere di Siviglia" in chiave moderna? Come pensa che reagirà il pubblico degli appassionati vedendo stravolto un pilastro della tradizione operistica? Spero che i melomani, e non solo loro, vengano a vedere lo spettacolo senza pregiudizi così potranno rendersi conto che l'essenza dell'opera non è stata assolutamente stravolta. La mia non è una provocazione, tutt'altro. Mi sono attenuto alla trama, ho cercato di definire precisamente tutti i personaggi dell'opera di Rossini proprio perché il valore universale del "Barbiere" sta nel portare in scena alcuni "tipi sociali" caratteristici di un'epoca con pregi, difetti e comportamenti messi in atto in base all'etica di ciascuno. Del resto l'opera lirica, come il teatro, rispecchia l'etica di una società e di un tempo, era così nel '700 e nell'800 ed è così anche oggi. Ma perché l'opera possa continuare ad interessare anche il pubblico dei ragazzi bisogna renderla attuale. In che modo, secondo lei? Appunto cambiando il contorno e tenendo fede alla sostanza. Nel mondo dispotico del "mio" Bartolo, per esempio, è possibile, trovare molte corrispondenze con i valori borghesi tipici del "sogno americano", dagli anni '50 in avanti: individualismo, utilitarismo, santificazione del denaro e culto dell'apparenza. Figaro, invece, che rimane un un factotum, qui lo vediamo occupato in mestieri coerenti con l'ambientazione: sempre barbiere, ma anche idraulico, muratore e buffo aiutante-giullare che alla fine "vince" su Don Bartolo anche per la sua simpatia, per il suo essere un "onesto perdente", che si contrappone all'acido e rampante borghese. I meccanismi dell'opera rimangono invariati, i personaggi però sono degli anni '50. Lo spettacolo si annuncia anche "meta-teatrale": come si concretizza questo secondo piano di lettura ? La finzione è dichiarata: i personaggi si muovono su una pedana verde che rimanda al "campo" sul quale Bartolo gioca simbolicamente la sua partita contro tutti. E poi c'è l'elemento fondamentale della follia, l'imprevedibile alternanza delle situazioni e del gioco teatrale che attraversa l'opera e porta, nel finale primo, "il cervello poverello" dei personaggi e degli spettatori a "confondersi" e ad "impazzar". Simbolicamente, il filo rosso della follia viene reso dalla lanterna rossa del barbiere, tipica dell'iconografia americana, che compare nel titolo dell'inizio e torna nei due finali. E' l'elemento di rottura che fa breccia nel reale, svela la finzione e, nel finale secondo, sancisce la vittoria dell'amore irrazionale sul mondo dispotico di Bartolo. Marta Pizzocaro