VIOLENZA OSTACOLO SUL FUTURO
di Alberto Flores d'Arcais Oggi a Bengasi, la città dove nel febbraio scorso iniziò la rivolta contro Gheddafi, il presidente del Cnt (il Consiglio nazionale transitori) annuncerà che la Libia è libera. Ieri Mahmud Jibril (premier del governo di transizione) ha annunciato che entro otto mesi ci saranno "libere elezioni", che verrà varata una nuova costituzione e che dopo 42 anni di feroce dittatura la Libia diventerà un paese democratico. A parole tutto va per il meglio, ma la realtà potrebbe essere molto diversa. Con l'uccisione del Raìs, freddato con una pallottola alla tempia dopo essere stato catturato vivo (e ferito), gli ex ribelli hanno messo fine nel peggiore dei modi al regime contro cui otto mesi fa avevano imbracciato le armi. Una vendetta (anche il figlio Mutussim è stato assassinato a sangue freddo) che può essere comprensibile da un punto di vista emotivo ma che umanamente e politicamente pone una pesante ombra sulla nascita della nuova Libia e dei suoi prossimi governanti. Ricostruire un paese dopo decenni di dittatura non è mai facile, anche se gli esempi positivi non mancano (Spagna, Portogallo, Cile, Argentina, i paesi dell'est europeo dopo il crollo del comunismo). In Libia tutto appare più complicato. Il modello proposto da Jibril - Assemblea Costituente fra otto mesi e poi elezioni presidenziali e parlamentari nell'estate 2013 - ricalca quello della Tunisia, il paese che ha dato il via alla cosiddetta primavera araba. La Libia non è però la Tunisia e non solo perché tra Tripoli e Bengasi si è combattuta per otto mesi una feroce guerra civile che ha fatto migliaia di morti. Nati e cresciuti durante i 42 anni di regime gheddafiano e della sua propaganda, la maggioranza dei libici non ha mai votato, non conosce le regole fondamentali della democrazia e, a differenza dell'Egitto di Mubarak (altra dittatura annientata dalla rivolta popolare), non ha avuto partiti di opposizione o movimenti di dissenso organizzato. E finora le libertà fondamentali ed il rispetto dei diritti umani (motivi fondanti della rivolta di febbraio) sono stati pesantemente condizionati da una guerra civile in cui gli oppressi di ieri sono diventati a volte i carnefici di oggi. La Libia è un paese diviso, con marcate differenze tra le grandi città (come Bengasi e Tripoli) e le regioni (la costa e le montagne) che per decenni sono state unificate solo dal pugno di ferro di Gheddafi e che in questi mesi di guerra hanno ritrovato una loro identità tribale che oggi potrebbero non essere disposte a mettere di nuovo in discussione. C'è un problema di nuova classe dirigente, politica, imprenditoriale, militare e religiosa, considerato che, fatte rare eccezioni, gli uomini che oggi guidano il Cnt (e la transizione alla democrazia) sono ex fedelissimi di Gheddafi come il presidente Abdul Jalil (ex ministro della Giustizia del Raìs) o come il premier Mahmud Jibril. C'è un problema sul ruolo delle donne, che sono state quasi del tutto assenti (almeno come protagoniste) sulla scena della rivolta e della guerra. C'è soprattutto il problema della violenza. Non bastano le condanne a parole per fermare quelle che ormai sono vere e proprie milizie militari che rispondono spesso ai loro capi diretti piuttosto che alle direttive del Cnt. Non sarà facile convincere decine di migliaia di giovani in armi (protagonisti assoluti della caduta del regime) a deporle e a rispettare le regole della democrazia. Ma la vera partita sul futuro, quella che più interessa l'occidente (insieme al petrolio) si giocherà sul ruolo dell'Islam nella nuova società. Se diventasse integralista la nuova Libia avrebbe fallito il suo obiettivo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA