UN FILM CRUDELE DI SANGUE

di VITTORIO EMILIANI Non incrudelire sui morti, è una massima latina sempre attuale ogni volta che un tiranno viene travolto e la collera popolare infierisce sul suo corpo inerme. E' una scena orrenda, un film crudele che ci auguriamo non si ripeta e invece vediamo ripetersi. Inesorabilmente. L'abbiamo letto e riletto nelle cronache del nostro passato, quando i signori del Rinascimento venivano abbattuti e mostrati magari squartati al popolo festante. La storia non ha insegnato e non insegna nulla, sottolineava realisticamente Hegel, né ai governanti, né ai governati. Chissà per quali orgogliose, illusorie ragioni, il colonnello Gheddafi non ha lasciato per tempo la Libia in rivolta contro il suo quarantennale regime, fuggendo là dove stanno i tesori messi al sicuro all'estero. Una illusione che rientra nella psicopatologia dei dittatori. In questi mesi sono stati proiettati più volte i filmati del primo Gheddafi, un giovane ufficiale, bello, asciutto, spavaldo che pareva in grado di promettere al suo Paese la costruzione di uno Stato, più giusto, non più tribale, avviato alla democrazia, e di risultare uno dei leader africani più capaci di tenere testa all'Europa e agli Stati Uniti. Quel giovane ufficiale che tante speranze aveva suscitato si era mutato in un anziano, retorico dittatore, vestito in maniera folkloristica, che pretendeva (e a Roma da Berlusconi lo otteneva) di trasferirsi nelle capitali europee con la sua tenda, di indottrinare giovani donne, di sfilare coi suoi cavalieri del deserto. Che scena surreale quella esibizione notturna a Tor di Quinto. Il giovane Gheddafi era già morto da tempo facendo luogo alla propria caricatura. Ciò non toglie che le immagini agghiaccianti di quel povero corpo insanguinato e sballottato suscitino una desolata pietà. Anche ai peggiori dovrebbe essere garantito di morire con dignità. E invece non accade quasi mai. La mente corre a un dittatore che in Libia aveva avallato le peggiori crudeltà, a Benito Mussolini. La sua fucilazione era stata decisa da tempo dal CLN Alta Italia. Fu colto, con indosso un cappottone tedesco, mentre tentava la fuga in Svizzera assieme a Claretta Petacci. Furono fucilati (lei incolpevole), lui e i gerarchi che l'avevano seguito sino all'ultimo. Fin qui, a mio avviso, ebbe la sorte che vent'anni di dittatura culminata in una guerra sciagurata gli avevano meritato. Poi però, trasportati a Milano, quei cadaveri subirono l'oltraggio bestiale di una folla inferocita a piazzale Loreto. Vittorio Zucconi ha osservato ieri su "Repubblica" che viene da chiedersi se, dopo aver infierito a quel modo sul corpo di Gheddafi, i libici del nuovo corso saranno migliori di lui. A piazzale Loreto sopraggiunsero, a riscattare quell'orrendo spettacolo, un eroico antifascista, Sandro Pertini, accompagnato dal giovane Italo Pietra che comandava le brigate partigiane dell'Oltrepò entrate per prime a Milano. Il "compagno Sandro", infuriato, fece subito cessare quell'ignobile linciaggio e ordinò ai partigiani di rimuovere i cadaveri portandoli all'obitorio. Pertini e Pietra rappresentavano una nuova Italia che, pur fra alcuni eccessi iniziali, seppe dare un pacifico governo ad un Paese distrutto, attraversato dai lutti e dai risentimenti feroci di una guerra civile, seppe ricostruire l'Italia. Non possiamo sapere cosa accadrà in Libia. La fine della dittatura è un fatto positivo, per tutti. Il nuovo governo deve tuttavia dimostrare di essere migliore della dittatura appena abbattuta. Muoiono le città,/muoiono i regni,/copre i fasti e le pompe arena ed erba, scrive Torquato Tasso nella "Gerusalemme liberata". Che la sabbia copra il dittatore caduto e nasca presto una nuova Libia. Quella sperata già nel 1970. ©RIPRODUZIONE RISERVATA