Morì suicida in carcere La madre chiede i danni

I termini delle indagini preliminari sono scaduti lo scorso 7 luglio. Ma al momento non sarebbero state prese decisioni sul fascicolo che ipotizza alcune truffe relative ai finanziamenti per i lavori di risanamento delle frane in Oltrepo. L'inchiesta è nelle mani della Procura della Repubblica di Pavia. Sul caso, nei mesi scorsi, sono stati condotti accertamenti da parte del Corpo forestale dello Stato. La vicenda ha destato una certa eco per il coinvolgimento, oltre che di alcuni tecnici, anche di politici. Terminata l'inchiesta, il pubblico ministero dovrebbe depositare le proprie richieste al giudice delle indagini preliminari. VOGHERA Una causa civile al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e la richiesta di pagamento dei danni. È la mossa dell'avvocato Sara Bressani sulla vicenda di Marcello Russo, il 45enne trovato morto in cella il 23 marzo 2009. L'uomo, secondo la ricostruzione resa dalle indagini, si tolse la vita infilando la testa in un sacchetto di cellophane al quale era collegato l'erogatore della bomboletta di gas utilizzata per cucinare i pasti in cella. Sulla vicenda si è già pronunciato un giudice, ma in sede penale. La madre di Russo, Addolorata Masiello, aveva sporto querela subito dopo la morte del figlio e la Procura aveva aperto un fascicolo con l'ipotesi di istigazione al suicidio. Al termine delle indagini, il pubblico ministero aveva chiesto l'archiviazione. Tra le motivazioni, i dubbi circa il fatto che l'episodio fosse un suicidio e non il tentativo, sfociato in tragedia, di inalare il gas a fini euforizzanti. E, soprattutto, l'assenza di riscontri su eventuali istigazioni o aiuti nell'azione. L'avvocato Bressani si era opposta alla richiesta di archiviazione, ma il giudice, alla fine, aveva accolto le conclusioni del pubblico ministero. Ora, i famigliari dell'uomo hanno deciso di intraprendere la via, civilistica, della richiesta di risarcimento danni. Il legale avrebbe già spedito una lettera raccomandata all'Amministrazione penitenziaria, annunciando la chiamata in giudizio. A sostegno della causa vi è una lunga serie di circostanze. In diverse occasioni, infatti, Russo aveva posto in essere comportamenti autolesionistici. Aveva ingerito lamette da barba, si era procurato tagli sul torace e sull'addome e ustioni alle dita. Di più. Il 13 febbraio, quindi poco più di un mese prima del decesso, era stato trovato riverso sul pavimento della cella, con la testa in un sacchetto collegato al gas. Era stato salvato, ma poco dopo gli era stata restituita la bomboletta del gas. La tesi dell'avvocato Bressani, dunque, è che il suicidio del 45enne non giunse come un fulmine a ciel sereno, ma venne preceduto da una serie di episodi che avrebbero dovuto allarmare le autorità penitenziarie e indurle a una maggiore sorveglianza sul detenuto che, tra l'altro, si trovava nella sezione dei collaboratori di giustizia. Da questo punto di vista, i mancati controlli su un detenuto "problematico" potrebbero essere identificati come la causa del decesso.(f.m.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA