L'impresa dei Mille e la diaspora dei garibaldini ribelli

PAVIA Che cosa successe dei garibaldini che parteciparono alla Spedizione in Sicilia? Inseguendo questo interrogativo è nato il libro "La lunga notte dei Mille" che il giornalista Paolo Brogi ha pubblicato da Aliberti editore (317 pagine, 19 euro) e che questa sera alle 21, al collegio Ghislieri, l'autore presenterà al pubblico, insieme alla professoressa Arianna Arisi Rota, docente di storia contemporanea all'Università di Pavia. Più che una diaspora che li portò in ogni direzione, il libro, che rintraccia circa duecento reduci, offre un caleidoscopio con tutte le sfaccettature dell'epoca: colonialisti e anticolonialisti, interventisti e pacifisti, ministerialisti e aventiniani. Ma anche suicidi, ricoverati in manicomio, deceduti di stenti e tbc. E naturalmente uno degli epicentri è Pavia, che con altre città lombarde (Bergamo e Brescia) ha dato il massimo per Garibaldi e le sue imprese. Proprio da Pavia transitò il garibaldino dei Mille Edoardo Herter, che qui conseguì la sua laurea di medico, un giovane di Treviso che poi decise di emigrare in Patagonia per essere un missionario laico. Herter che fa da snodo alle innumerevoli storie della ricerca di Brogi rinvia ad altri "pavesi" perlopiù studenti ma non solo. Come Frascada Belfiore, un garzone di mercato figlio di nessuno e analfabeta che decise di partire anche lui per la Sicilia. Il giovane patriota dai due cognomi si chiamava così - si legge nel libro - perché Belfiore era quello suo, Frascada era quello della famiglia che l'aveva adottato. Aveva incrociato gli studenti in partenza per Quarto, mentre marciavano cantando diretti a Genova. Lui invece con una carriola piena di asparagi era diretto al mercato di Pavia. Andate da Garibaldi, vengo anch'io…. E la carriola era rimasta lì con tutti gli asparagi. Poi a Genova avevano incontrato un altro Belfiore, Paolo, anche lui figlio di n.n. Diceva di essere nato a Vigevano, invece veniva da Mortara. E al momento di mostrare i documenti si era un po' vergognato della sua condizione. Torna a galla, nel libro, anche un "giallo": l'omicidio di un funzionario austriacante. A Pavia alla trattoria della Capanna, in Piazza Grande - scrive Brogi -, si sussurra ancora sotto voce di quel gruppetto di studenti chiamati i moschettieri che, prima della spedizione, una sera hanno tirato a sorte su chi doveva eliminare un funzionario austriacante che mangiava lì. Uno che al solo vederli non mancava mai di sputare schifato per terra. Gli studenti erano Felice Raj di medicina, Ferdinando Cadei di farmacia, Carlo Guida e Ferdinando Astroni di ingegneria: ecco il quartetto che una sera, pare, fu visto mettere in un cappello i bigliettini coi loro nomi per poi estrarne uno. Più tardi il funzionario fu trovato pugnalato a morte subito fuori della trattoria, la polizia non riuscì a scoprire gli autori dell'omicidio. Erano stati gli studenti garibaldini? Di Raj si conosce poi la sua attività di medico dei poveri, in Brianza, a Salerano al Lambro. Come Herter che la cittadina di Tapalqué, in mezzo alla pampa, ricorda con una targa. Un onore che Treviso si è ben guardata dal riservargli, spiega Paolo Brogi. Ma non è mai troppo tardi. I Mille che "fecero l'impresa" erano 1.089: il più anziano aveva 69 anni e il più giovane solo 11. C'era anche una donna: Rosalia Montmasson di Annecy, francese, moglie di Francesco Crispi. Partirono da Quarto la notte del 5 maggio del 1860 e fecero l'Italia (48 morirono in battaglia). E poi, indigesti e spesso incompresi, continuarono a combinarne di tutti i colori. Chi finì in Patagonia e chi a Sumatra. Un gruppo di lombardi fu deportato in Siberia, altri sbaragliati in Africa, molti gli emigrati all'estero. Un direttore di giornale assassinato dagli anarchici, parecchi chiusi in manicomio, chi si suicidò in un fiume e chi con una rivoltellata, un ungherese ingegnere tentò invano di realizzare grandissimi canali, un tiratore scelto bergamasco si ridusse a cacciar gatti e un suo compaesano risalì l'Italia con un teatrino di marionette. Brogi racconta la diaspora di una generazione ribelle, che ha fatto da battistrada ad altre ribellioni e ad altre diaspore. Scrive Gian Antonio Stella nella prefazione: È questa che racconta Paolo Brogi: la grande avventura di tanti giovani pieni di entusiasmo che vollero a tutti i costi fare l' Italia. E che certo, nella memoria di tutti noi, meritano qualcosa di più che una scritta col nome e il cognome incisa su una lastra con un secolo e mezzo di ritardo al molo di Quarto.